Live Report
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Primavera Sound Festival 2015

Primavera Sound Festival 2015

Arrivare a Barcelona, vivere a Barcelona, evitare i comuni percorsi da turista mi fa ritornare alla mente le tante volte, tutte diverse, in cui passando in questa città vivevo esperienze catartiche che poi avrebbero segnato un cambiamento nella mia vita. Partivo da un punto con un testo dei Beirut che mi frullava nella testa e all’improvviso al ritorno ero figlio di un SBTRKT danzereccio. Barcelona Puede o meglio Podemos. Tralasciando il politico – non voglio offendere la sensibilità di nessuno – arrivo in città dopo una pausa di poco più di due anni e si respira un’aria frizzante per gli ultimi avvenimenti accaduti che hanno cambiato la mappa politica della Spagna e non solo, per di più sarebbe stato il mio primo Primavera e non nego che ero molto curioso di vedere questa macchina da guerra oramai pluri premiata in ogni dove, per le proprie capacità organizzative. Atterro alla sera e incontro qualche amico e addetto ai lavori oramai veterano del festival. Qualcuno lo intercetto che si presenta con un braccio proteso a mostrare con orgoglio l’infinita serie di Primavera a cui ha partecipato. Baci, abbracci e mi dirigo verso il sempre puntuale Aerobus che mi avrebbe portato tra le braccia della cara amica Giulia (nome di fantasia). La notte finisce a tapas e birette nella splendida piazza del Museo d’arte moderna (macba) tra un turbinio di skater impazziti. E proprio dal Macba parte il mio DAY1, sede del ritiro delle credenziali e sede delle conferenze con gli addetti ai lavori ed etichette indipendenti di tutto il mondo. Un tripudio di birrette gratis e aperitivi, colazioni, cene finger food, business brunch insomma nulla a che vedere con la musica. Ma non buttiamo via tutto anzi, qualcosa di realmente interessante a parte qualche concertino carino free (e non solo per business bruncher), é stato il concorso per giovani start up “musicali” che avrebbe permesso loro di sviluppare in un contesto sicuramente proficuo per i contatti un proprio progetto e alla fine di cose carine ne ho viste parecchie. Ok però giustamente il festival? Ok ora arriviamo al festival. Il pomeriggio è gradevole, una leggera brezza marina accarezza le guance già ben colorate per le continue birre e camminiamo diritti verso la fermata della metro fantasticando abbracciati su quello che fu il Primavera (per lei) e per quello che ha rappresentato nel mio passato recente, essendo la mia prima volta. L’orologio segna le 16.30 e la linea gialla é eterna come l’attesa in prima fila del tuo artista preferito. Questa volta dovevo percorrere tutta la linea per arrivare al Forum, location oramai storica per tutti i “primaverini” ( licenza linguistica, concedetemela). Mettiamo fuori la testa e subito inglese come lingua madre, una costante per tutto il viaggio. Oramai la notte su Barceloneta o nel Barrio Gotico parla quasi più in inglese, spodestando il sempre “verde” italiano. Eh sì, siamo pur sempre in Spagna. Comunque, ritornando alla nostra entrata “trionfale” che fila liscio grazie al “Pro pass” mai quanto mi inchiodo davanti al fatto che il “Pro” e Panda Bear non vanno molto d’accordo. Rimasti fuori dall’auditoriom raccontano le leggende. Ebbene sì, ma al contrario ci concentriamo subito sul secondo obiettivo della serata, The Battles. I ” regaz” come direbbero sotto le due Torri, non gli avevo visti qualche anno prima a Bologna e al Primavera avrebbero suonato nel Hidden Heineken Stage. Per ovvi motivi, sornione, dopo aver dato qualche occhiata ai vari palchi e aver percorso già i km con solo “due ore nelle gambe”, mi dirigo a visionare il luogo. L’ennesimo posto al chiuso, tributo allo sponsor principale della manifestazione, dove in quel momento suonavano un band africana dal messaggio di pace e pro rifugiati politici (Sierra Leone’s refugee all star) che con lo sponsor multinazionale strideva un pochetto. Nulla, mi sono ripromesso niente giudizi. Esco fuori per una boccata d’aria, una sigaretta rollata e taac… in quel momento arriva, proprio in quel momento l’amica galiziana. Non mia (magari), ma della mia amica Giulia. 30 minuti a cercarla e io ovviamente rimango con le mani in mano anche con i Battles. Due Stage al chiuso e due volte che rimango senza musica. Ok, ora faccio quello che pare a me. Mi sparo in una successione incredibile Ought, eccitante e il fenomeno Tyler, The Creator che mi fa ricordare di quando da piccolo urlavo contro Pro Evolution solamente che lì sullo stage c’è un ragazzetto molto hipster e il palco é quello di Pitchfork. Ok, é il momento di Chet Faker, Ray-Ban stage, ed onestamente non si può che rimanere fermi con il piedino che salta di qua e di lá.  É una successione prodigiosa, dal Chet elettronico a quello più pop/soul. La prima parte sembra Audi in playback mentre sul finale si guadagna ogni “clap clap” Della folla. Nel frattempo, nell’altra punta del parco si sta consumando il concerto dei Black Keys, pero lo spirito Tamarro dice che “non ho ancora curiosato nello stage in collaborazione con Resident Advisor dove Maceo Plex e Tale of Us, mi ricordano che oramai sono troppo vecchio per certa elettronica e le droghe sintetiche. Il primo giorno segnava anche il coronamento del mio sogno, vedere live James Blake. Con una super cazzola riesco pure ad entrare nel “polmone” sotto al palco riservato ai vip. Sarà il karma che mi restituisce ciò che mi é stato tolto. É un momento di forti emozioni. Ogni nota mi ricorda un momento della giornata nel quale ascoltavo James o più semplicemente dove camminando per strada mi perdevo tra le parole di James. É tutto più “James”, il colore é “James”, la vita é “James”, i pensieri sono “James” e per un’ora entro in una catarsi vittima di James e dei suoi due amichetti, che prima di tutto “sono compagni di vita e poi due grandi musicisti”. Tutto vero. Un poco frastornato mi dirigo dietro alla folla indeciso se gettarmi sul beat ancestrale di Gui Boratto o cercare le ragazze perse nella folla. Ovviamente scelgo la seconda opzione così la serata finisce a patatine, pizza fredda e buona pace a Richie Hawtin e alla sua techno poco sorridente.

Primavera Sound Festival 2015

DAY2: al risveglio le gambe sembrano due pezzi di legno che potrei tranquillamente tagliare e risolvere il problema, anziché rotolarmi nel letto facendo finta che ho “solo bisogno di qualche minuto in più.” Per fortuna che la doccia risveglia anche i morti e riparte una nuova missione. Quest’oggi però decido di partire dall’headquarter per sentire qualche conferenza che puntualmente finisce a “birrette e rotolini”. Mannaggia che bella vita eh. Ebbene sì anche se il momento migliore della giornata  sarà quando sulla via del ritorno a casa, per il cambio di outfit, incrocio il buon Vasco Brondi, in uscita da una libreria. Non avrei mai citato questo momento se non per il contesto urbano e per l’incrocio piuttosto strano che mi ricorda uno dei momenti “brondiani”, tanto virali sul web. Super Vasco con apparente disinteresse e mi dirigo verso il Forum, questa volta solo e con già le speranze oramai vane di poter raggiungere lo spettacolo di José Gonzales. Con il sole che picchia in faccia mi dirigo a vedere il nuovo progetto di Julian Casablancas (Julian Casablancas + The Voidz), tra un Luigi Datome abbronzato e un gruppo di bionde ubriache perse alle 6 del pomeriggio constato che ok, é simpatico ma che probabilmente il suo momento si é concluso con gli Strokes. La noia mortale che mi assaliva e per questo decido di spianare la “zona vip” in riva al mare proprio per i Pro come me – nel senso di pass. Vino bianco, cibarie portoghesi, tramonto sul mare e sullo sfondo il trendsetter musicale italiano ritrovato come alle cene di Natale. Saluto, non fa per me, e mi dedico qualche minuto al H & M stage per sentire un gruppo italiano, i Fabryka, che molto volentieri ritroverò al Vasto Siren Festival, tra un mesetto, per dedicargli più attenzioni. Superata l’ora del kebab mi dirigo con le mie amiche per un assaggio di classico con i Belle&Sebastian, che davanti ad un folla oceanica di famiglie e giovani ricevono l’ennesimo plauso alla carriera. Atmosfere “wow ” invece per i Run The Jewels e il loro hip hop energetico anni 90′ che per un attimo mi fa sentire sui macchinoni per le strade di Miami. Nulla di tutto ciò e ritorno alla realtà con quel bel mattacchione di Ariel Pink, uno che di distorsioni e show sa veramente il fatto suo, peccato per la produzione musicale. Sarà indie, ma a me…. Gli Alt-J – eh sì siamo già mischiati tra la folla oceanica – sono un buon prodigio della natura moderna. Ok il primo album ma poi dopo, il vuoto. Come ogni progetto ben presentato, il successo prosegue sulle ali dell’entusiasmo. Proprio simile a quel mattacchione di Jon Hopkins che quando me ne parlava qualche anno fa il mio amico Matteo, era una delle più belle cose che la musica elettronica abbia inventato e che ora al contrario mi ricorda un vecchio concerto di Tiesto, incluso di coreografie e ballerine. L’apice della tre giorni però si raggiunge con la grande sorpresa di Ratatat. Ammetto la mia più grande ignoranza limitata a qualche traccia ma signore e signori sono stato spettatore di uno dei più grandi show visti negli ultimi due anni. Per di più il progetto musicale continua ad avere un’evoluzione sorprendente per il duo americano. Hip-hop, rock, elettronica che si mescolano continuamente con un’energia da far invidia al rovescio di Wawrinka – per stare in tema ai giorni nostri. Rimango così piacevolmente sorpreso che dello stage di Redbull vedo solamente qualche frammento sporadico (Raime, Dixon e Object), troppo poco il tempo a disposizione per aver un giudizio completo.

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DAY3: così come si era conclusa la seconda giornata, riparte l’ultimo giorno di Festival al Parc del Forum sulle orme del miglior Podista di sempre. Chilometri su chilometri che iniziano con qualche amico bolognese ritrovato nel bel mezzo di Patti Smith (invidiabile la sua energia), e qualche “trombetta” sempre il più grande amico dell’uomo durante i Festival. Il sole cala e la gente sente il bisogno di ballare e per questo c’è sempre come primo dj set giornaliero, nello stand che ha visto alternarsi Redbull Music Academy e Resident Advisor, che é speciale nel senso che l’artista in questione oltre allo slot già ampiamente annunciato si diletta in uno spazio ulteriore per presentare qualcosa di nuovo. Daphni, o meglio conosciuto come Caribou, ci regala una perla dietro all’altra. Funk, tribal, house, techno, tocca tutti i generi. Se ci fosse qualcosa di melodico, avrebbe messo anche la mazurca. 10 minuti d’applausi così come Tori Amos, l’artista neo melodica che avevo conosciuto grazie ai dj set di Four Tet (suo fan dichiarato) che tra synth e pianoforte a coda mi fa conoscere un lato di me che ancora non conoscevo. Atmosfere belle scure anche per i Eisturzende Neubaten – e mannaggia al loro nome impronunciabile – che il duomo etnico degli Les Amassadeurs fanno da trampolino di lancio per uno degli eventi della giornata: The Strokes. Ebbene ok, bisognava sentirli. Julian non sta in piedi (mi dicono che si sia sposato con figli al seguito) e il concerto sembra un remember sotto anfetamine di un ricordo in grigio, alti e bassi di umore che ti fanno urlare di gioia quando sorprendentemente gli Underworld, ti fanno ritornare veramente agli anni 90′ e alle sue droghe sintetiche. A parte gli scherzi, il nuovo lavoro é veramente valido e sicuramente entrerà nella mia collezione moderna, così come il buon Caribou che chiude il cartello della giornata con uno dei live elettronici più veritieri che abbia mai visto in vita. Suonato dall’inizio alla fine, così come quando stringe tra le labbra il flauto per il ritornello di “Sun”. Veritiero, diretto, emozionate così come la bionda in terza fila che da inizio alla fine ha deciso di mandare occhiolini mandandomi in confusione per più di una volta. Pace all’anima sua, così come al Primavera Sound Festival che ufficialmente chiude i battenti il giorno seguente con alcuni concerti sparsi per la città ma che veramente saluta il 2015 con il mio caro amico di notti insonni, Daniel Victor Snait.

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