Live Report
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Spring Attitude Festival 2015 pt.2

Spring Attitude Festival 2015 pt.2

L’inizio della stagione estiva, detta l’inizio di alcuni tra i festival più importanti in Europa e  ovviamente non potevo mancare all’appuntamento in quel di Roma, per il festival italiano tra i più autentici ancor in vita. Per autentico non voglio dire  superiore ma definisco una scelta artistica interessante, al passo con i tempi consapevoli del fatto che, purtroppo, in Italia il break even point non si raggiunge con una line-up che solo i pochi ascoltano. Mettendo nel sacco tutte queste informazioni ho passato una bella quattro giorni a suon di pizza (molta), birra (moltissima) e poco sonno girovagando tra le varie location del festival.

DAY1: in Palese ritardo per motivi non dipesi da me, mi dirigo nella favolosa cornice del Museo Maxxi dove contrariato per il ritardo e la fila – anche per chi possedeva accredito – entravo nel bel mezzo della colorata performance di Edwin Van Der Heide, probabilmente la cosa più bella della serata assieme a Dean Blunt. Mi avvicino al bar per recuperare ritmo alcolico e svengo davanti ai prezzi del bar.  Giusto il tempo di sorseggiarmi la birra (per mantenerla il più possibile) e mi ritrovo nel mezzo del live del giovanissimo Yakamoto Kotzuga. Un live maturo per la quantità di stili che mescola e per la suddivisione in tre parti, dove dimostra di saper esprimere sia suoni sperimentali  che più vicini alla grande massa. Lo definirei trasversale e maturo ma non é certo quello che cerco io. Era giunto il momento di lanciarmi nella sala scura per Dean Blunt. Trenta minuti d’attesa che mi ha fatto ricordare di quando, da piccolo facevo fila per ascoltare Gigi D’Agostino ed ora ero li per Dean Blunt, come cambiano le prospettive eh? Duro, scuro e scenograficamente intenso. Strappa gli applausi. All’uscita, tra una pausa bagno e l’eccesso di nicotina mi inciampo nel suono di Talabot. Peccato che questa é la copia di Jamie xx, ma di Jamie xx neanche l’ombra.

DAY2: il caso vuole che il quartiere generale del Festival, la Pelada, si trovi a 450 metri dal tappetino di casa mia. Il tutto é successo senza nessuna programmazione. La line up nel frattempo nelle ultime ore subisce qualche cambiamento. Fuori Clap Clap – per essere diventato papà in quelle ore – e spostamento di Romare nello stage centrale, prima di Sbtrkt. Onestamente i miei occhi erano rivolti su Shigeto, oggetto del desiderio delle mie fantasie musicali degli ultimi anni. Batteria acustica, mpc e che Dio ce la mandi buona. Io credo di non aver visto uno show di tale intensità in nessuna parte del mondo. Con una mano nei pantaloni (metaforicamente) mi sposto sul live di Popolous. Sala piena con tutti gli addetti ai lavori lì, in attesa. Onestamente ora Popolous in italia ha più Hype di James Blake e la cosa mi preoccupa un pochetto ma devo anche essere onesto nel dire che é l’unico, nonostante lo senta un poco duro per i miei gusti, che ha avuto il coraggio di proporre qualcosa di diverso rispetto ai suoi colleghi (incluso l’aspetto visivo). Con coraggio mi getto controcorrente, e mi ascolto un pochetto Romare. Suoni devastanti e conferma di ciò che di buono si dice in giro come Producer. Solamente come Producer. Il performer lascia parecchio a desiderare. Oramai sul finale arriva la prima gettata di hype sul pubblico, SBTRKT – Uno dei tuoi cioccolatini preferiti dell’adolescenza che oramai sei stanco di mangiare.  Nota per Redihno, una delle sorprese più interessanti del festival che sarò felice di ritrovare sul palco del Sonar di quest’anno, per vedere se si conferma. Insomma, gustoso!

DAY3: giornata ricca e bisogna giocare sulle energie, perché se cominci subito troppo carico, rischi di arrivare sulle gambe nel finale (dizionario del giovane clubber) … ciò che puntualmente non ho fatto. Godblesscomputers ad aprire, data ZERO del suo live. Incontro Lorenzo per due chiacchiere tra amici prima del suo live; é bello rivedere gente della tua città che ha saputo amare la musica nonostante la valanga di merda (scusate il romanesco) che c’è in giro. Mi sono spellato le mani da inizio alla fine. Bravo. Il pomeriggio scivola via tra un po’ di pubbliche relazioni (sempre importanti in queste manifestazioni), birrette (sempre troppe) è un super dj set di scratch Pervert che ha fatto muovere il culo anche al prete della chiesa di fronte. Una miscela esplosiva di soul, rap, hip hop, house e techno sul finale. Qualche ora di riposo e via verso la zona Eur, spazio Novecento. Un posto incredibile dove in successione si sono esibiti i Portico, avevo tanta voglia di vederli ed effettivamente faranno parlare di loro nei prossimi anni, Baths, non così interessante come il disco e nella saletta piccola i Drink To Me, uno dei live più belli della rassegna. Nel contesto poi la massa ha saltato anche per il dj set di Apparat che chiudeva la notte, una porcheria come SBTRKT – ma perché non fanno solo live? – e la première mondiale del progetto Siriusmodeselektor (il dj irious e Modeselektor). I Visual pazzeschi e sono felice di aver scambiato anche due chiacchiere con il responsabile del progetto, un bomber alcolico senza precedenti, per il resto ho maledetto il giorno in cui non ho deciso di assumere metanfetamine e per più di un attimo mi sembrava di essere tornato ai 18 anni, quando mettevo dischi in un famoso party elettronico di Bologna dal suono rude e senza anima. Peccato per la folla che mi ha impedito in molti movimenti e di non aver potuto vivere la seconda sala, a parte di Drink To Me.

DAY4: é domenica, il sole splende e ovviamente decido di passare la giornata sul lungo Tevere, epic win. La programmazione del festival prevedeva invece una extra data in collaborazione con Red Bull Music Academy e sul palco Indian Wells, Bad Panda, e Clark. I miei occhi erano tutti rivolti verso Indian Wells, romano e personaggio nel momento. Per tutto il live ho chiuso gli occhi e ho risentito il mio eroe, Four Tet. Quello vero, quello sincero con qualcosa in più. Bellissimo, senza dubbio il miglior live della rassegna. Chiusura felice e in pace con il mondo.

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