Scarpette da ballo
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Scarpette da ballo w/Oniro

Scarpette da ballo w/Oniro

Chiunque si è messo almeno per una volta per scarpe per andare a ballare, in ogni luogo, qualsiasi tipo di musica. Abbiamo chiesto ad alcuni amici di farci ballare, scegliendo una location e dieci brani da sentire: oggi arriva la selezione maxi sperimentale di Oniro, state pronti eh.

Location: un’enorme warehouse a pareti nere con soffitto vetrato, che in realtà è un’installazione curata da Ryoji Ikeda. Su ogni parete visuals geometrici, prevalentemente bianchi e rossi, che appaiono, scompaiono e si muovo in maniera randomica. Ikeda ci segue sagomando figure impossibili di ogni forma e dimensione, e se guardiamo in alto vediamo le stelle.

Aoki Takamasa – Rhythm Variation 06; si parte con le delicate forme musicali di Aoki Takamasa, che in poco tempo inizia a complicare i ritmi e le melodie con fare minimalista. Questo “ensemble” di suoni ha un che di elegante, ogni forma ha il suo spazio e non vi è nulla di sovrastante. Le forme sugli schermi si scompongono e ricompongono a ritmi spezzati, mentre i suoni viaggiano attorno alle nostre teste.

Shifted – Control; dalla complicatezza di “Rhythm Variation 06” passiamo all’inesorabile incedere della cassa di “Control”, che contribuisce a rende l’atmosfera sempre più cupa. Iniziamo a muoverci senza volerci più fermare, questo ritmo incalzante non ce lo permette.

Kangding Ray – Amber Decay; Amber Decay si presenta prepotentemente come un ammasso di rumori monumentali, che viene accompagnato dal martellare di una cassa tale da far vibrare l’aria. All’interno di questa atmosfera cupa, l’unico accenno di melodia ci viene dato dal fraseggio ripetitivo di un synth, nascosto dietro a una barriera di droni rumorosi, a loro volta accerchiati da masse di accordi.

James Ruskin & Mark Broom – Hostage; l’atmosfera è sempre più cupa e surreale, i suoni si fanno più distorti fino ad essere quasi assordanti. Più balliamo, più vogliamo ballare, e le luci accentuano i nostri movimenti in un susseguirsi di sfondi bianchi e neri.

Lucy – Sana Sana Sana Cura Cura Cura; fermarsi adesso è impensabile, ma anche impossibile con un brano come Sana Sana Sana Cura Cura Cura. Questi suoni dissonanti sono quasi divertiti, scherzosi, non si può smettere di ballare sorridendosi, increduli della foga con cui si sta andando avanti

Sleeparchive – A Man Dies In The Street; dato che ormai non capiamo più niente tanto vale impazzire, e a questo ci pensa Sleeparchive, che ci bombarda di bleeps sincopati, mantenendo lo stesso ritmo scomposto per quel che sembra essere un’eternità. I visuals sulle pareti diventano ancora più stroboscopici.

Mano Le Tough – Tempus; su questo brano ci sarebbe da scrivere una poesia. Piovono melodie, le nuvole sul soffitto si diradano e la luna rischiara l’atmosfera. Tempus ci accompagna nella storia che vuole raccontare, e lo seguiamo volentieri. Poi spiegatemi che succede al minuto 5:35…

Jon Hopkins – Open Eye Signal; mi ricordo di quando Jon Hopkins suonò Open Eye Signal al Robot… quel che successe è che senza accorgermene entrai in un’onda che si alimentò in maniera esponenziale, con una cadenza sempre più impetuosa e spezzata.

Recondite – Felicity; per calmarsi senza dover smettere di ballare è necessario un brano come Felicity, un capolavoro minimalista. In questa perfetta unione tra melodia e ritmo le luci bianche lampeggiano ritmicamente, intervallate da flash rossi che illuminano tutto lo spazio interno. In questo momento il cielo inizia a illuminarsi ed è col sorriso che notiamo l’arrivo del’alba.

Alva Noto & Ryuichi Sakamoto – Pionier IOO; l’atmosfera si fa sempre più calma fino a farci fermare: continuiamo a muovere le teste cercando di seguire i suoni che viaggiano nell’aria. L’eleganza e la cura con cui questo brano viene eseguito è impressionante, ed è in questo mood che accogliamo le luci del mattino.

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