Interviste
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w/Omake

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Giuro, e giuro soltanto su me stesso che il giorno in cui non guarderò il sole e penserò che Il mondo non sia rotondo, beh, allora quel giorno mi dovrò allontanare non curante del contesto che mi circonda, ovunque sia, latitudine, longitudine o meridiano che si voglia.
Fortunatamente quel giorno è ancora molto lontano e tutto grazie ad una brava persona che farà parlare di sé tra molto molto poco. Io vi ho avvisato. Lui è Francesco, in arte Omake.

Chi è OMAKE?

OMAKE è Francesco, ha 30 anni, viene da Pisa ma vive a Milano. Dopo più di 10 anni in giro con band varie si è messo in proprio, per fare cosa vuole, quando e come vuole.

Dov’è nato OMAKE?

OMAKE è nato nella primavera del 2014 a Fichino, una località collinare di densità minore di un abitante a km2. Davvero. Lì c’è il casolare che era di suo nonno, dove insieme a due amici ha registrato, quasi per gioco, Florida. L’ha fatta ascoltare a Marco Masoli che stava mettendo su Sherpa Records insieme a Simone Castello. Da lì è partito tutto.

Quali sono i tre difetti che ha OMAKE e quelli che ha Francesco?

I difetti di OMAKE principalmente sono: 1) difficoltà nel postare foto di lui con gattini su facebook, e quindi non poter avere tanti like 2) non andare agli eventi giusti e farsi le foto con la gente giusta, e quindi non poter avere tanti like 3) voler fare più cose di quelle che il tempo e le situazioni gli permettono di fare. I difetti di Francesco sono: disorganizzazione e pigrizia che si autoalimentano portano a nervosismo e paranoia quasi costante.

Qual’è il pregio e il difetto dell’ultimo disco rilasciato?

Il pregio è che di tutti quelli che ne hanno parlato, nessuno ha saputo dire che genere faccio. Questo vuol dire che COLUMNS è un lavoro difficilmente paragonabile ad altri. Il difetto è che se registrassi adesso alcune cose, specie parti vocali su alcuni brani, forse ne resterei più soddisfatto. Cioè, intendiamoci, mi vanno benissimo anche così eh. Però ovviamente l’idea sarebbe quella di migliorarsi. E credo ci siano molte cose migliorabili in questo album.

Raccontaci un aneddoto di una data dove sei stato a suonare.

Ce n’è stata una terrificante, che non citerò perché non ha neanche senso parlarne. Mentre invece sono rimasto incredibilmente (nel senso letterario del termine) stupito di come sia andata bene una data fatta poco tempo fa a Pisa, mia città di origine fra l’altro. Avevo preparato tutto per suonare in due, io alla voce e un’altra persona all’elettronica. Per la parte dell’elettronica, le tre persone che avevano dato iniziale disponibilità per accompagnarmi ai live si sono rivelate tutte impegnate, ed ho scoperto la cosa 48 ore prima del concerto. Quindi A Safe Shelter, un santo che era anche una delle tre persone in questione, è venuto a casa per prestarmi la sua scheda audio e il suo synth (entrambi mai visti prima), ed ho preparato da zero il live in due giorni. Miglior concerto che abbia mai fatto. Farò così la gran parte dei prossimi live.

Se ti chiamassero su Marte per una data, come reagiresti (in 10 parole)?

“Occasione promozionale ottima, vengo anche gratis. Viaggio pagate voi, vero?”

Ti piace il presente, il passato, il futuro?

Tutte e tre le cose, perché puoi scrivere canzoni su tutte e tre. In generale però tendo sempre a guardare molto avanti, anche un po’ troppo forse. Ho già mille idee per i dischi futuri -notare il plurale- e ogni tanto mi sembra che COLUMNS sia uscito mille anni fa.

Calcio, basket e pallavolo, se sì, peché?

Basket tutta la vita. NBA per l’esattezza. Conta che quando avevo 11 anni c’è stato l’ “I’m back.” di Jordan, quindi pensa te. Da piccolo giocavo anche, e seguivo pure quello italiano perché c’erano campionissimi come Basile, Myers, Pozzecco, Meneghin (junior) e tanti altri. Adesso nel campionato italiano giocano all’80% -credo- stranieri, americani non abbastanza bravi per l’NBA, in sostanza. A quel punto mi guardo quelli bravi davvero. Ed infatti sono un discreto appassionato. Se vuoi la prossima intervista la facciamo tutta su quello, sono prontissimo.

Meglio carte o scacchi? Se sì, quale dei due?

Meglio scacchi, ma non ci so giocare. A carte me la cavicchio in un po’ di giochi. Ho fatto tante serate stupende di poker con una mia vecchia band una decina di anni fa, ci mandavamo in bancarotta a vicenda. Riflettendoci, sento le carte molto vicine a me. Con lo stesso mazzo, puoi fare miliardi di cose diverse. Quello che vorrei fare io, insomma.

Raccontaci un aneddoto di quando hai deciso di suonare elettronica.

Ora la dico grossa. Non mi sento di “suonare elettronica”. In primis perché, e non ne ho mai fatto mistero, il grosso della parte musicale che si sente in COLUMNS è nato dalla mente di Barbafiera, il mio produttore. Io arrivavo in studio con il pezzo chitarra e voce e un bel po’ di idee su come trasformarlo, ma le sue scelte di suoni sono state la chiave per tirare fuori un disco così. In più, sono convinto che ogni mio disco sarà piuttosto diverso dal precedente. Dove per diverso non intendo quelli che annunciano le rivoluzioni e poi queste consistono nel suonare meno l’acustica e più l’elettrica. Intendo che il prossimo disco potrebbe essere solo di chitarra acustica così come non avere neanche uno strumento suonato. Se vuoi l’aneddoto, ti posso dire che questa attitudine mi è stata ispirata da Kanye West. Secondo me, oltre ad essere l’ultima rock star rimasta, Kanye ha la capacità, data dalla sua esigenza personale, di presentare lavori sempre diversi e spiazzanti dal precedente. Ti può stare sul cazzo per mille motivi, magari anche comprensibili. Ma sfido chiunque a dire che dopo “Graduation” si aspettasse “808’s & heartbreak”, e che dopo l’accoppiata “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” e “Watch the Throne” ad un anno di distanza l’uno dall’altro potesse poi tirar fuori “Yeezus”. Scusa il pippone, era per capirsi.

 

 

 

 

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