Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#60

Normale non vuol dire giusto#60

“Siamo chiamati alla giustizia fin dalla nascita. Sulla natura si fonda il diritto, non sull’opinione”. E’ una delle frasi che troneggia sui muri del Tribunale di Milano. Chissà se Claudio Giardello potrebbe condividere? “Volevo vendicarmi di chi mi ha rovinato” ha dichiarato appena arrestato, poi si è avvalso della facoltà di non rispondere. Ci sarà il compianto per le vittime, ci saranno le inchieste per le falle nella sicurezza. Ci saranno indignazione e polemica, rabbia e scuse abbozzate. Alcune, per la verità, già avanzate: Bruti Liberati, capo della Procura, ha chiosato con un lapalissiano “falle nella sicurezza ci sono state, ma finora il sistema aveva sempre funzionato”. Chi l’avrebbe mai detto. E’ la Repubblica delle formiche: tutti corrono impazziti quando viene colpita la tana, ma poi se ne dimenticano. Il Presidente di questa stessa Repubblica ha convocato d’urgenza il Consiglio Superiore della Magistratura. Quello del Consiglio dei Ministri ha invitato a non strumentalizzare l’accaduto tirando in ballo la sicurezza di Expo. Un imprenditore folle ha compiuto un gesto altrettanto folle: come sia riuscito a portare una pistola all’interno del tribunale più importante d’Italia, non spetta a noi accertarlo. Una piccola riflessione, tuttavia, deve riguardare i magistrati. Sergio Mattarella li ha definiti “sempre in prima linea”, Berlusconi ne ha esasperato per lustri l’orientamento politico, Renzi ha rimaneggiato la loro responsabilità civile. Rappresentanti della casta per eccellenza, detentori di un potere enorme e fondamentale, sono bersaglio di critiche di ogni genere. In realtà, sono lasciati spesso profondamente soli. Svolgere con professionalità il compito di esercitare la giustizia significa acquisire una posizione distaccata: assumerla comporta un patto imprescindibile. Essere rispettati, ma anche isolati. Nessuno ama essere giudicato. Molti amano giudicare, ma solo quando dal loro giudizio non discende alcuna conseguenza. Chi invece ha il potere (e il dovere) di segnare le vite degli altri, diventa il bersaglio prediletto. E’ una vocazione: soldati in “prima linea”, a cui il destino riserva autorità mista a pericoli (raramente resi pubblici). Ma non basta, perché siamo in Italia, ed ecco il più profondo dei problemi: il rispetto portato ai magistrati dipende oggi dal potere che esercitano, non dal ruolo che ricoprono. E il potere è un artificio fragile, che purtroppo cede il passo di fronte a quello di una pistola puntata al cuore.

Alessandro Cillario

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