Editoriale
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Il concime finto

Il concime finto

Ogni weekend funziona così. Ci svegliamo, alcuni di noi ancora studiano, altri provano a trovare qualche lavoretto, il venerdì però è sempre una buonissima occasione per stare insieme. “Ritrovo ore 18.00” oppure semplicemente “18.00” e già si capisce dove e perché. Vicolo Broglio in quel di Bologna è percorso da noi almeno 10-15 volte a settimana. “Hai preso tutto? – Arrivi puntuale? – Porta qualcosa da mangiare!”. Ogni venerdì, ospitiamo gruppi che si sono fatti chilometri da tutti Italia affiancandoli a realtà locali. Si ride e si scherza, si offre da mangiare e un posto dove dormire. L’ingresso è quasi sempre gratuito fino a mezzanotte e spesso non c’è massiccia presenza di sicurezza per i nostri concerti. Il pubblico apprezza la semplicità con cui è stata creata una manifestazione musicale come questa dove, non potendo permetterci i grandi nomi dello scenario indipendente Italiano andiamo alla ricerca di quel genere di artista che magari fra qualche tempo esploderà e tutti un giorno ci gonfieremo il petto pensando di averlo portato per primi in una determinata città come Bologna. Alle volte però, la manifestazione prosegue anche di Sabato con sonorità decisamente più black e quindi, di nuovo sveglia, messaggi chiari e qualcosa da mangiare durante l’accoglienza per gli artisti. Nel corso della settimana poi in quel luogo, si apre il Mercoledì e il Giovedì proponendo attività che spesso vanno oltre il semplice divertimento notturno con all’interno persone che organizzano e lavorano provenienti da ogni continente per qualsiasi colore di pelle, capelli, vestiti e scarpe. C’è chi l’apartheid l’ha vissuta davvero, ma c’è chi è pure sposato con una Jamaicana. Inoltre qualcuno i Senegalesi gli ha fatti pure dormire in casa quando la repressione nei confronti della varie etnie era ben diversa, più sotterranea e faceva decisamente meno notizia. Domenica però è sempre Domenica. Un giorno di merda. Aprire il giornale, leggere questo e sorridere. Perché davanti a tutto quello che vivi all’interno della struttura, pare assurdo solo avvicinare quelle due parole, APARTHEID&ARTERIA. Come se, tutti gli incontri a favore delle più svariate culture fossero rimasti nell’agenda di quel giornale, senza aver mai messo piede dentro. Può essere assurdo il destino, combatti una vita per l’integrazione, scendi in piazza quando la piazza non faceva così glamour, denunci cose realmente razziali e alla fine, il presunto episodio ti manda tutto contro, anche quello che hai costruito. Apri il computer, in meno di qualche ora ricevi commenti (pubblici) e messaggi privati in cui riescono persino a darti del fascista o del razzista con una certa sicurezza, solo perché ti permetti di organizzare qualcosa all’interno di un luogo del centro storico da sempre favorevole e promotore dell’integrazione, spesso a differenza di personalità politiche che in queste ore si trovano a prendere al volo la bandiera dell’antirazzismo come se fosse concime, solo per racimolare qualche voto in più, ma tanto i morti del mediterraneo ora non importano, i CIE (vere e proprie galere) non importano mai. Quello che conta è far crescere il proprio giardino con diversi fiori pur essendo finti. Il giardino più grande vince.

 

 

 

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