Interviste
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w/Oniro

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Conosco Christian da tanti anni e tra un caffè e dell’ottima Fanta, ho capito al meglio il perché di questa sua evoluzione artistica e il perché lui ami follemente la musica elettronica. Ringrazio Claudia per l’aiuto e, come al solito, spero vi piaccia quello che faccio, come lo faccio e i soggetti che propongo.

Perché hai scelto di chiamarti Oniro? Nome curioso, soprattutto perché non si parla di un personaggio inventato..

Partiamo dicendo che ho una fissazione per i sogni. Con il mio gruppo metal ho fatto un album che si basa sui sogni lucidi, ovvero quei sogni che ti rendono consapevole dell’atto del sognare. Questi sogni, con una serie di tecniche e un po’ di esperienza, ti permettono di non svegliarti mentre ti sei reso conto di star appunto sognando, e quindi anche di controllare ciò che accade nella tua immaginazione. La mia fissazione per i sogni lucidi mi ha portato, insieme al voler comporre musica da solo, alla nascita di questo progetto. Inizialmente questo progetto era proiettato al comporre musica che dovrebbe essere ascoltata in casa. Perciò zero rumore di fondo, perché la musica si evolve ed è molto dinamica. Ritornando a Oniro, nell’antica Grecia, tra le divinità e le sottodivinità, ci sono appunto questi Oneiroi che sono la personificazione dei sogni. Da lì, appunto, il nome di questo essere che appresenta i sogni. Quando mi riferisco a Oniro, inoltre,  mi piace rifermi a lui come un’altra persona. Non mi piace definirmi tale in generale, perché lui parla di sé solo attraverso la musica. Io posso spiegare solo quello che lui comunica e che fa. 

Oniro ha appunto il suo progetto di musica elettronica. Ma chi lo personifica, cioè Christian, viene da una corrente musicale che è l’opposto dell’elettronica, cioè il Metal. Tu, infatti, suoni anche negli Shen. Cosa ti ha spinto ad assumere le vesti di questa personificazione dei sogni piuttosto che proseguire la strada di suoni più aggressivi e potenti, propri del Metal?

Tutto è stato causato dal mio andare a vivere fuori Bologna. A Milano, infatti, ho studiato ingegneria del suono presso la SAE e qui, a Dicembre 2014, ho seguito un corso di storia della musica. Attraverso questo corso ho conosciuto musica di altri tempi che mi ha permesso di fissarmi su nuove sonorità, aprire totalmente la mente a qualsiasi cosa.  Sono sempre stato aperto ad ascoltare nuovi generi e la musica mi piace, qualsiasi forma assuma. Stravinskij, Schoenberg e compositori di un centinaio di anni fa sono molto più avanti rispetto a quello che sta succedendo adesso. Sono arrivati a dei livelli tali che in pochi possono capire che cosa compongono.  Da lì ho incominciato a prendere in considerazione la sperimentazione, uscendo dallo schema dei soliti accordi.  Il tutto si è accentuato con Giorgio Sancristoforo, un insegnante del SAE, che ha tenuto un corso di musica elettronica. Ci ha fatto capire che nella musica elettronica quello che importa non è la sequenza di note e il messaggio musicale in sé. Quello che importa è il timbro, ovvero il suono che senti. Quello che piace di questa musica, secondo me, è come suonano le cose e non cosa suonano. Il ritmo sicuramente è fondamentale per generi come la techno. Ma l’ambient, che è un’altra corrente di musica elettronica, si concentra totalmente sul timbro e non ci sono ritmi. Si tratta di un unico suono o più suoni che accompagnano quel suono, ma manca la presenza di un transiente , cioè un evento musicale “istantaneo”, come può esserlo un colpo di cassa. E’ uno stream di suono che si evolve e una volta che ti immergi in esso, seguendo anche il suo cambiamento, l’ambient music diventa il tuo ambiente sonoro.. le tue emozioni e tutto quello che pensi si concentrano intorno a te. Quando ho capito di aver un sacco di materiale e che la mia voglia di sperimentare era aumentata grazie a Giorgio Sancristofori,  ho deciso di voler creare suoni da zero, attraverso sintetizzatori, senza prendere suoni esistenti così come sono  appena registrati. Ciò che caratterizza il mio modo di comporre è il fatto di non avere schemi come strofa e ritornello. All’interno del mio metodo compositivo c’è una sorta di stream of consciousness musicale, nel senso che mi vengono in mente cose che voglio fare e che voglio trasmettere, come le voglio trasmettere e compongo immediatamente quello che voglio comunicare. Il 90% delle volte non modifico ciò che compongo. Cerco sempre di partire da un’idea che ho in testa e tutto è molto istantaneo, passando dal cervello al computer. E’ come se i miei brani fossero improvvisazione pura. Questa cosa l’ho rivista nell’idea che Kandinskij aveva dell’arte, perché lui mentre dipingeva non tornava mai indietro.  Applicava il colore così come gli veniva, nell’immediatezza, e il tutto ha una sua musicalità (Kandinskij era molto legato alla musica). Ho composto il mio primo brano che riprende, quindi, il suo libro “Lo spirituale nell’arte” e questo tributo a questo grande artista ha ampliato il mio progetto, che non è rimasto solo ambient, ma è diventanto anche techno, per esempio.

Con quali stili ti piace sperimentare?

Il problema è..tutti! A me vien da comporre qualsiasi cosa. Ho fatto un brano drum’n’bass, techno, ambient, elettronica più tranquilla. Non mi fossilizzo su dei generi, perché ogni volta che faccio un brano voglio creare emozione, un qualcosa di molto intenso, intimo e profondo e voglio creare atmosfera. Questa emozione può assumere qualsiasi forma, cioè qualsiasi genere. Così facendo c’è una totale libertà di espressione da parte mia, e non mi devo preoccupare di ricercare quelle sonorità in quanto mie. 

Ovviamente trattandosi di musica elettronica manca lo strumento della voce. Quindi oltre a trasmettere le emozioni in musica, è importante il titolo che tu dai a un brano? 

A volte li lascerei innominati. Altre volte scrivo a partire da delle immagini che ho in testa e il titolo riassume ciò che voglio rappresentare. E in realtà il titolo ha importanza, perché serve a capire come si vuole interpretare il brano, sapere quale è stata la sua origine. 

Che tipo di strumentazione usi? 

A me piace molto suonare la chitarra. Avrei voluto includerla, ma questo strumento avrebbe snaturato il timbro di cui prima ti parlavo. Io prendo delle note e in queste note faccio passare degli effetti. Creo dei pad ambient e questi sono alcuni suoni che poi ritroverò nella mia musica.  Uso strumenti software all’interno di Ableton e Pro Tools , e attraverso questi posso creare nuovi suoni anche a partire da alcuni già esistenti. Quindi faccio uso anche di samples. In sostenza.. prendo un suono e lo trasformo attraverso l’uso di software. Uso anche un altro programma che si chiama Gleetchlab, che mi permette di creare altri timbri ambient dai samples. 

E nei live?

Nei live ho i miei set che sono formati dai miei brani. Questi brani vengono spezzettati e sotto le mie mani, con Ableton Push, che è un controller per Ableton, ho la possibilità di suonare ogni parte di questi brani ricostruendolo e variandolo ad ogni live, cambiandone la durata, scegliendo quando applicare gli effetti, e così via. 

La musica elettronica si è concretamente diffusa dopo la Seconda Guerra Mondiale, si è avvicinata a vari generi musicali e da questa fusione se ne sono creati anche di nuovi. Però il suo apice lo ha raggiunto, come tu ben sai, negli ultimi anni. E’ quasi diventata una moda, al punto che la maggior parte dei giovani d’oggi arrivano a preferirla in Italia, per esempio, a quella musica cantautorale che negli ultimi anni non è un gran che, se non poche eccezioni. La gente compra ciò che il mercato discografico offre, cioè ciò che piace alla maggior parte. Vorrei sapere, quindi, se hai timore che qualcuno ti accusi di fare questa musica perché va di moda. 

No, perché quello che faccio io è forse troppo “strano” per essere di moda. Anzi, ho paura dell’opposto, ho paura che la gente mi dica “Cos’è questa roba?”. Il problema della musica elettronica è che va fatta una distinzione: c’è della musica elettronica che è molto sperimentale ed è quindi diversa dalla dance music che viene proposta alla maggior parte dei giovani d’oggi. Quello che faccio io ha dei suoni e delle modalità di svolgersi molto inusuali, ed è difficile che possa essere classificato come popolare. Concordo con te quando dici che ciò che oggi va di moda è elettronico, ma non è la musica elettronica in sé che va di moda. C’è infatti della musica elettronica che è molto più fuori moda della musica che viene normalmente suonata. Quella che è nata tempi addietro non viene neanche più proposta, cioè quella nata da sintetizzatori e dalle sperimentazioni di Stockhausen. Quello che va di moda è una struttura pop canonica con dei suoni elettronici. C’è la voce pop e una base elettronica potente e questa musica vince, perché è la musica pop di prima ma con dei suoni nuovi e potenti ed è orecchiabile. 

Tu apprezzi questa musica elettronica/pop commerciale?

Io non ci vedo un senso. La ascolto, ma  non riesce a trasmettermi emozioni. A parte rarissime eccezioni, tipo i Disclosure . 

Parliamo ora dei tuoi pezzi e dei progetti futuri. 

Ho iniziato componendo singoli pezzi e caricandoli su Soundcloud. I miei brani sono molto variegati. Il primo è un ambient sperimentale, un altro è un incrocio tra dubstep e electro-techno, il terzo è di drum’n’bass. Altri sono brani ambient molto profondi. Ultimamente mi sono messo a dividere le strade compositive: da un parte l’elettronica più ritmica e dall’altra la musica ambient in generale. Da questa differenziazione ho progettato il mio primo ep, Metal-Galactic Array, che non è ancora stato pubblicato, in cui è presente un brano che si chiama Gobi, che è un’unione tra ambient, dark ambient e techno. 

Nell’ep quanti brani ci sono?

Ce ne sono 3, per un totale di circa 20 minuti, e l’insieme si chiama Meta-Galactic Array. E’ appunto presente il tema spaziale, cioè la comunicazione tra una stella superluminosa e il deserto del Gobi di notte, tetro e scuro. Grazie a un mio amico/artista l’Ep uscirà accompagnato da ben 4 artwork, uno per ogni brano più la copertina, ispirati direttamente dai brani.

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