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I 20 dischi dell’anno (2014).

20dischidellanno

Potevamo parlare di altri 123 dischi eppure abbiamo scelto questi 20 lavori qui, che per un motivo o semplicemente per esigenze meteorologiche hanno contraddistinto il nostro 2014. Se avete voglia leggete, poi andatevi a comprare dal vostro negozio indipendente di dischi vicino a casa qualche titolo, fareste soprattutto il vostro bene.

ALT – J – THIS IS ALL YOURS

“Ciao mamma, oggi sono famoso!”, immagino abbiano esordito così in casa propria gli Alt-J. Va bene che il 2012 li aveva già visti sulla vetta della musica internazionale, ma chi si poteva aspettare che con il nuovo album si sarebbero addirittura superati?!  Cupo, introspettivo, triste, esplosivo, maniacale, incomprensibile; “This is All Yours” è un album che non ti dimentichi facilmente, dico davvero. Questo disco è arrivare ai calci di rigore e prendere la traversa invece di segnare e far vincere la tua squadra, questo disco sono le farfalle nello stomaco, i pugni e i calci. Un lavoro immenso, speriamo solo gli Alt-J non facciano la fine di quasi tutte le band inglesi, scomparendo dopo il terzo disco ufficiale. // Luca Jacoboni

ARIEL PINK – POM POM 

I-I-I eat Jell-o. Quest’uomo è completamente fuori di testa. E tutto ciò è bellissimo. Scomparsi i mai esistiti Haunted Graffiti, il roseo sembrava perduto; e invece no, ti tira fuori un pargolo electro-freak da far accapponare la pelle, così diverso da tutto ciò che c’era prima e tutto ciò che c’è intorno. Un album folle, senza genere, un mix totale di culture, suoni, strumenti che attira e confonde, al limite della presa in giro. Un nome viene in mente, anzi due, che fanno venire i brividi: Beefheart e Zappa. Nel 2014, artisticamente deceduto Devendra, l’unico a seguire le orme dei freak per eccellenza è il nostro Ariel, con tutta l’elettronica possibile, con i synth dei Daft Punk e il noise post Crystal Castles. Zappa apprezzerebbe, anche solo per le idee, estreme e buffe. Secondo me sono in pochi che si divertono come Ariel Pink e mi ripeto, tutto ciò è bellissimo. // Francesco Bentivegna

AZEALIA BANKS – BROKE WITH EXPENSIVE TASTE

Quando mi hanno assegnato questo disco da recensire ho fatto il madornale errore di dire “questo non è il mio genere”, perché le influenze musicali che sono presenti in “Broke with expensive taste” non posso nemmeno starvele ad elencare con il solito listone della spesa. Sono veramente infinite, anche se l’impronta rap si fa sentire. E’ un album molto particolare e la sensazione che ho provato a fine ascolto è stata quella di un piacevole caos. Azealia Banks, quindi, grazie per il tuo rap “infinitamente” contaminato. // Mariagrazia Vignoli

BRETON – WAR ROOM STORIES

Ci sono dischi che sono bellissimi e non hai bisogno di parlarne. Ci sono dischi invece che potrebbero essere una colonna sonora generazione. Ci sono dischi che rimangono nel limbo e non riescono a uscire fuori per svariati motivi. I Breton con il loro secondo album in studio hanno dipinto un quadro con queste tre caratteristiche e c’hanno reso decisamente più ricchi. Tutto è iniziato, tutto finirà, ma intanto si vive, con questa colonna sonora si intende. // Tieffeci

 CARIBOU – OUR LOVE

Più lo ascolti e più ti chiedi come mai questo disco sia li a frantumare record su record. Più lo ascolti e più rimani li con la voglia irrefrenabile di regalarlo al tuo migliore amico (compagno di dancefloor al sabato), al tuo cugino che ascolta Ghemon ( si lo so mi ripeto ma sapete la mia considerazione a riguardo) e a tuo fratello grande che è rimasto ancora i tempi degli Snap. È il disco elettronico più completo del 2014. Non ha sbavature, ha tracce che vendono l’album da solo ed alcune più selezionate con sonorità curate. Daniel Victor Snaith, viene dal punk e ha già una certa esperienza nel settore dell’underground elettronico e si stava aspettando solamente il momento per la definitiva consacrazione. Il momento è arrivato. Abbracciamoci forte. Che il 2015 sia l’anno delle ristampe e del disco con i remix ( o almeno cosi si augurano i collezionisti). // Lorenzo Salmi

CLOUD NOTHINGS – HERE AND NOWHERE ELSE 

Te la voglio fare molto semplice: questo è un disco pauroso. Rimango stupito ogni volta che realizzo cosa possono fare una chitarra, un basso ed una batteria (peraltro ridotta ai minimi termini) miscelati insieme. Poi Dylan Baldi ti grida in faccia quelle frasi che avresti voluto scrivere tu, e live lo fa senza mai scomporsi. Chiamalo emocore, chiamalo punk, chiamalo come ti pare;  Here and Nowhere else è una fucilata al cuore, per esaltarsi nei momenti di gioia e riprendersi in quelli di malinconia. // Andrea Ortolani

DAMON ALBARN – EVERYDAY ROBOTS

Alzi la mano chi ha avuto paura di ascoltare questo disco? Damon ce lo ricordiamo in mille vesti, quasi sempre di successo e qualità. Avevo paura, una paura tremenda di rimanerci di sasso quasi deluso. Eppure è stata come quella notte in cui hai baciato la tua ragazza sotto casa e lei ha detto che non ti avrebbe più voluto vedere. Romantico, caotico, cupo e a tratti ironico: l’ennesimo capolavoro di un vero e proprio eroe generazionale. // Tieffeci

D’ANGELO – BLACK MESSIAH 

E il  re del soul torna sulla scena dopo 15 anni, sconvolgendo tutto. Il Prince più tamarro del mondo confeziona un capolavoro assoluto della black music suonando chitarre, basso, batteria, voce, applausi, back e qualsiasi altra cosa possibile. In sordina, con un tempo di gestazione di tooliana memora, il seguito di Voodoo (2000) è un gioiello di tecnica, un disco soul che guarda al futuro, senza perdere Marvin Gaye and co. Dee Angelo non è un esempio di modestia (Black Messiah!) e 1000 Deaths ne è la riprova, però il disco ti prende e non ti molla più, tenti di capire chi stia cantando, da dove arrivi la voce, e lo ascolti tutto, senza rendertene conto. Quest’album è un paradosso: devastante e semplice, esagerato e sobrio. Perfetto. Traccia fondamentale il singolo, Sugah Daddy, a tratti sconvolgente. // Francesco Bentivegna

FATIMA AL QADIRI – ASIATISCH

Dal Senegal al Kuwait, dal Kuwait a New York. L’Asia di una producer americana filtrata da MTV Mandarin, un sacco di stereotipi e dei bassi grime che ti costringono a spiegare agli amici che anche questo sabato stai chiuso in casa. // Renato Dende

FKA TWIGS – LP1

Ovvero come prendere e mettere in un calderone Cliff Martinez, il soul e le british singers tipo Siouxsie e Sinead O’connor. Ne esce un ready-made inaspettatamente maturo, con dei suoni magistrali e una vocalità ultra-ricercata. Io non sono nessuno, ma questo disco è una figata. La cosa che più colpisce è l’intraprendenza sfacciata, quasi punk, nonostante di punk ci sia ben poco; due EP che si chiamo EP1 ed EP2, un LP che si chiama LP1, veloce, sbam, bruciare le tappe, con merito. Vedere il live al Jimmy Fallon per credere. Così diversa dalle altre del filone cutegirlswithbigbass (grimes, lana del rey) la fidanzata di Robert Pattison (!) è stata pure nominata per il Mercury Prize. Cosa volete di più? Sperando non si bruci. // Francesco Bentivegna

FUTURE ISLANDS  – SINGLES 

Era il momento della consacrazione con il pubblico. Dopo una critica che per anni ha elogiato il lavoro fatto nel sottosuolo musicale da questo progetto, grazie a Singles, i Future Islands si pongono prepotentemente a band synth-wave dell’anno, al vertice di una disciplina che ormai non è più così scontata. // Tieffeci

HOW TO DRESS WELL – WHAT IS THIS HEART? 

Tom Krell fino ad ora non ha sbagliato un disco. Incrementa ogni volta, grazie a un piccolo gradino, il suo spessore musicale. Poeta dell’elettronica, testardo nelle sue produzioni, non risulta mai banale e ti riesce a tenere compagnia come farti riflettere ovunque tu stia portando la mente. Poeta e forse mago, complimenti. // Tieffeci

JOHN HOPKINS – ASLEEP VERSION

Prendete quei due-tre pezzi brutti di Immunity, cacciateli e rallentate tutto. Ogni volta che parte ad una serata tra amici la situazione è sempre la stessa: uno del gruppo sviene ed inizia a levitare a mezzaria. // Renato Dende

MICK JENKINS – THE WATER(S)

Un rapper di Chicago e la metafora dell’acqua a rappresentare la verità, il risultato è un good Kid, m.A.A.d city con spot sul bere più acqua al posto delle sparatorie. Thanks God for the water. // Renato Dende

SHABAZZ PALACES – LESS MAJESTY 

Gli anni passano è l’unica cosa capace di migliorare con il tempo è il vino. Non so quale ruolo ha ricoperto il vino nella registrazione di questo CD ma deve in qualche modo aver interferito sulla qualità del risultato del prodotto finale. Oggi è il 31 dicembre, ci ubriacheremo e ci ameremo almeno per una notte. La colonna sonora, bè, almeno la mia, sarà questa. // Italo Armone

SOHN – TREMORS

Aprile 2014. La perfida Albione partorisce un nuovo LP in grado di incrociare magistralmente elettronica e voce black. Lo ascolti una volta, due. Ti accorgi subito che faticherà a uscire dalla tua testa e dall’ambito podio della tua lista personale dei dischi dell’anno. Strano ma vero, non si tratta del nuovo di James Blake, ma dell’esordio di Christopher Taylor aka SOHN, che con la sua voce struggente viaggia tra battiti insistenti, loop vocali e synth minimali, riuscendo ad alternare momenti di fortissima intimità (Tempest, Tremors) con un mood spesso tendente al dancereccio (Artifice, Lights). // Filippo Mosca

ST.VINCENT – ST.VINCENT 

Prima di St.Vincent (l’album) Annie Clark ha pubblicato ben tre dischi, di cui si è parlato, sì, ma non con il dovuto riguardo. Perchè forse ci saremmo accorti che il successo di quest’ultimo lavoro era scritto nelle stelle, che il titolo di ”queen” del rock di questo secolo spettava a lei già da tempo. Quindi il disco è arrivato rumoroso come una granata, ci ha fatto amare St. Vincent in quanto astista dallo stile incredibilmente unico (sia dal punto di vista musicale che estetico), e ora siamo qui a dire che ha sfornato uno dei migliori dischi dell’anno. Prevedibile, bellissimo. // Irene Cassarini

TAYLOR MCFERRIN – EARLY RISER

Il semplice caos del disco è stato capace di rapire la tua attenzione che quasi quasi ti viene voglia di ascoltarlo all’infinito. Bello e completo, capace di portarti per mano lungo diverse sfumature della musica elettronica arrivando a essere quasi etichettato come avanguardia jazz, per un live molto interessante senza grosse sovrastrutture. Disco importante. // Tieffeci

TUNE YARDS – NIKKI NACK 

Li definirei tranquillamente uno dei gruppi più innovativi e geniali degli ultimi cento anni. Non c’è trucco, non c’è inganno, c’è solo una band con cinque elementi pazzi e colorati, fautori di tre dischi che ti fanno venire i brividi e ti fanno ballare. Ritmi africani, ukulele, sassofoni, loop station e la voce fuori dal comune di Merril Garbus, gli ingredienti sono relativamente semplici, il risultato è superlativo. Nikki Nack è assolutamente disco dell’anno. // Irene Cassarini

WAR ON DRUGS – LOST IN THE DREAM

Sinossi dell’evoluzione dei miei stati percettivi durante il primo ascolto di Lost In The Dream: il primo pezzo mi ha fatto vacillare, il secondo mi ha steso, al quinto ho perso i sensi. Dieci pezzi in cui voci, chitarre, sonorità di tompettyana e springsteeniana memoria si intrecciano e si amalgamano fino a creare quasi dal nulla un suono nuovo, in grado di unire la tradizione rock made in USA (i già citati Tom Petty e Bruce Springsteen, ma anche Bob Dylan e Neil Young) e qualche spruzzata di dream-pop e addirittura di ambient (il finale di Under The Pressure). Vabbè, in sostanza, c’è solo da mettere le cuffie e sognare a occhi aperti. // Filippo Mosca

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