Poesia non vuol dire noia
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Poesia non vuol dire noia#3

Murales dell'artista brasiliano Vitche

Si pensa sempre, erroneamente, che i rifiuti non servano a nulla, che Dio abbia la barba, che gli OGM ci salveranno e che la poesia sia per gente in gessati grigi e smaglianti. La poesia, invece, è sporca!

Sono i casi in cui, facci caso, la poesia viene direttamente a casa tua senza obbligo di resa, o scorre per le strade come un benevolo arrotino, a consegnarti l’inestimabile.
Perché… tu stai aspettando l’inestimabile, vero?

E’ quel miracolo che qualche volta avviene se si hanno i radar e i sonar sensibili attivi, quando la
poesia è sporca, e arriva con una voce, come uno strumento musicale ignorato.
E’ il caso di un particolare autore, la rivincita del “rozzo mangiatore d’erba” (“Neighbours”):

(“Dis-poetry”, Benjamin Zephaniah)

Come dici? Non ci capisci niente di poesia e del suo linguaggio da schizofrenici con manie di
persecuzione? Beh non è la fine del mondo.
Sapevi prepararti il caffè, sapevi soffiarti il naso, sapevi dirti che la crosta è amica e rimargina le
cadute, sapevi fare l’amore? Cosa sapevi, da tabula rasa, prima che padre e madre e amici(in)convenienti ti mostrassero?

Infatti, lasciami dire brevemente, la poesia è sporca quando nasce abbandonata a temi borghesemente sconci. E’ sporca quando si fa tutt’uno con i TUOI problemi di ogni giorno, un TUO pensiero repentino partorito in auto incastrato nel traffico, un TUO delirio da camera da letto quando nessuno guarda e di cui andare fieri. Perché parla di te.

Quando la poesia è slam, l’evento della sua lettura è unico come una performance della tua band
preferita, che si agita, smania e ti intima di ballare e muoverti e fare pogo e agitare accendini.
L’esibizione diventa il corpo e i gesti tutti dell’artista, assieme alla voce e la musicalità della
(perdonatemi) recita.

Ma a volte parla e DEVE parlare solo il suono, no?
Le parole restano, ma sono altro. E lo fai tutti i giorni con le cuffie cementificate nelle orecchie e
canticchi parole straniere seguendo il ritmo e la sonorità, non il senso compiuto.
Ah, non mi dire che durante “Il Gladiatore” non ti sei sciolto ad ascoltare Lisa Gerrard. Ti sfido a
dirlo!
Le parole di QUELLA canzone, non sono nemmeno parole, sono suoni. Eppure le canti, eppure ti
hanno rapito per 4 minuti.
Così può essere la TUA poesia, il tuo slam quotidiano.

La poesia è sporca quando è futurismo, quando è slam, quando è dub, quando si è emancipata una sua componente per diventare, e questo ti sarà familiare, rap.
Questo genere musicale è la connessione più sincera del bisogno di espressione con le parole, la
labilità del senso e l’unione carnale col suono. Ah ma non ti stupire, caro il mio “ribelle”: chi fa rap
(solo alcuni, pochi “alcuni”) ha sicuramente metabolizzato una cultura poetica e letteraria, oltre che avere un dono innato per l’arte della parola. Un po’ come i graffitari (solo alcuni, pochi “alcuni”): di certo chi dà vita a certe opere ha studiato profondamente le arti grafiche.

Basta essere meno integralisti e più possibilisti.

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Ex cestista dal profilo basso, mi mimetizzo tra distopie che cerco di spazzare via armato solo dello spazzolino della scrittura. E qualche videogioco. A referto ho tre opere prime di poesia e tanti articoli: tutti pessimi. Tutti venduti.

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