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Fare RAP è obbligatorio

Fare RAP è obbligatorio

Oh, ma sti cazzi.

Il successo del RAP in Italia è stato raccontato ovunque. Ne hanno scritto pure persone a cui non è mai importato nulla di questa disciplina. Da Amici di Maria De Filippi a X-Factor, passando per Sanremo (vedi la vittoria di Rocco Hunt) arrivando pure a Vanity Fair. Il RAP fa audience ma soprattutto è riuscito a divenire una macchina da soldi. Conoscendo alcuni protagonisti ho sempre seguito un mantra – è tutto ciclico prima o poi finirà, come negli anni 90 – quello per cui si differenzia questo successo è come i protagonisti principali, ovvero i cosiddetti mainstream (detesto questo termine) abbiano cambiato radicalmente il proprio target.

Conversazione con mio padre, noto fan di Vasco Rossi e ascoltatore di Radio Deejay:

“Teo, voglio comprarmi il nuovo disco di Ghemon, ascolto sempre la sua canzone nel cellulare” – Mio padre è un uomo di 50 anni, non troppo curioso musicalmente perché concentrato nel suo lavoro (noncenefregauncazzo) e come lui, molti altri sono arrivati alla musica di Ghemon, non perché quest’ultimo disco è meno rap del solito, ma perché la sovrastruttura musicale ha trovato che il prodotto potesse piacere al proprio target.

Analoga è la situazione con mia Nonna, pensionata di 84 anni. “Ho visto quel ragazzino in televisione che canta insieme alla Mannoia, è molto carino e bravo” – In questo caso, il soggetto in questione è Moreno, noto negli ambienti underground (mi fa schifo al quadrato questo termine) per poi vendersi (mi tocca scriverlo) al talent show di Maria De Filippi un paio di anni fa. Seguono singoli in perfetta salsa Fabri Fibra del tipo – “Non mi cambieranno mai” – “Sempre vero” – giusto per stizzire qualche collega impegnato ad auto-prodursi il disco. Qualche mese fa, ho conosciuto diversi protagonisti del rap Italiano. Ho raccolto alcune interviste (presto usciranno) e sono emerse alcuni spunti di riflessione importanti proprio su questo tema, che mi hanno permesso di arrivare a questo titolo provocatorio che ha già fatto incazzare un sacco di persone. Il successo altrui nel RAP, adesso, è indubbiamente la forza per tutti. Basti pensare al semplice correlato di youtube, se FEDEZ fa 10.000.000 di visualizzazioni vuoi dire che almeno 300, porteranno a un video di Ghemon che porterà a un video di Murubutu che porterà a un video di RAPPER X di Bologna città. In questo giochino comunicativo fatto di algoritmi, trovo stucchevole la rivendicazione di cosa sia rap e di cosa non lo è. Sia chiaro, non è artisticamente paragonabile ciò che faceva Fibra 15 anni e ciò che fa Fibra oggi. Come non è artisticamente paragonabile ciò che scrive un rapper come Murubutu a ciò che scrivere un rapper (così è percepito dal pubblico) come Fedez. I discorsi di merito e contenuto, devono passare in secondo piano perché, come mi disse durante una cena un noto esponente della disciplina hip hop, uno di quelli realmente integralisti e piuttosto famoso – ci si guadagna tutti, e tutti lo sappiamo, se Emis Killa vende 4 miliardi di dischi.

CHE NON SI INCAZZI NESSUNO PER QUELLO CHE HO SCRITTO


 

I rapper vanno forte. I rapper, sanno comunicare meglio di altri artisti nel settore della musica e persino dello spettacolo. Apparentemente schietti e decisi, spesso cadono in questo alone democristiano di supporto a vicenda, pur odiandosi. Questo differenzia il loro successo e la loro scena da quella che poteva riguardare le band punk di ogni città. Non esiste l’odio buono ma la condivisione virtuale poiché – io ho un tot. di fan e tu hai un tot. di fan. Si odia e critica ciò che il branco decide di criticare e spesso risulta difficile esprimere critiche o semplicemente apprezzare ciò che non è all’interno della cerchia. Questo atteggiamento rende l’artista di cultura hip hop decisamente più credibile verso il proprio pubblico, anche se molte volte il proprio pubblico è lo stesso che ascolta l’arista non facente parte della cerchia. Una serie di paradossi che hanno dato, con il passare del tempo, via a delle prestigiose cacce all’uomo. “Non puoi ascoltare quello se ascolti questo” – “Non puoi paragonarmi questo a quello” – “È vergognoso il comportamento di quello” – una gara cielodurista che non ha nulla a che vedere con l’odio buono, necessario per mantenere viva la scena di band emergenti nelle varie città.

INFATTI ORA NELLE SCUOLE TROVAMELO QUALCUNO CHE SUONA PUNK


 

Non è un male. Ma fare RAP è diventato obbligatorio perché esigenza comunicativa in una società troppo spesso chiusa in meccanismi complessi. La rima ti arriva direttamente alla pancia, proprio come se stessimo parlando di politica. Non a caso, recentemente, il più grande antagonista della politica nostrana è stato proprio un rapper. Non è interessante al fine di questa riflessione sul mondo hip hop, dibattere se Fedez ha + o – ragione di Gasparri o di Renzi, ma il fatto su cui bisogna porre lo sguardo è perché proprio un rapper diventa capo della contro-cultura nel nostro paese? I rapper sanno raccontare meglio l’attualità e sono spesso definiti i cantautori del nuovo millennio. Della serie, una volta c’erano De Andrè e Rino Gaetano, ora ci sono Fedez e i Club Dogo. Ma questo, se da un punto di vista contenutistico e morale, è visto come un deciso passo indietro, per quello che riguarda la sovrastruttura, è decisamente l’evoluzione naturale:

Era dell’internet –> soglia di attenzione + bassa –> – secondi per rapire l’attenzione –> messaggio più diretto. 

I RAPPER SCOPANO UN SACCO


 

 

1 Di commercio, concernente il commercio; che si dedica al commercio: attività, relazioni c. || diritto c., legislazione che regola il settore del commercio | nome c., quello con cui viene identificato un prodotto rispetto ad altri analoghi

2 Che è preposto all’acquisto e alla vendita di prodotti: direzione c. di un’azienda

3 Fatto per una vasta vendita, di scarsa qualità: prodotto c.

IN FONDO SIAMO TUTTI COMMERCIALI


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Nato a Bologna il 30.11.91 quando fuori pioveva. Cresce, gioca a tennis giornate intere, fonda il Collettivo HMCF scrive per DLSO e Crampi Sportivi, si laurea e dorme.

1 commento

  1. La Casa delle Mosche says

    a mio parere l’articolo pone troppa enfasi sull’effetto a cascata che il pop rap, trasmesso a livello mainstream, dovrebbe scatenare, portando teoricamente benefici anche nelle dimensioni più piccole. mi spiego: il tipo di musica rap che ascoltiamo oggi nelle radio non è fatto per gli amanti del rap, ma è un genere confezionato appositamente per il grande pubblico (d’altrone il termine “pop rap” già indica intrinsecamente quest’aspetto), il quale è un’entità composta per la maggior parte da fruitori disinteressati che non andranno mai a scavare negli spazi più settoriali di siffatta musica. la parte di utenti che si incuriosisce è limitata, e inoltre si manifesta unicamente in views di youtube, quasi mai in acquisti fisici di cd o in partecipazioni a concerti.
    questa cosa dell’effetto cascata l’ho sentita molte volte ma ritengo che sia una grande forzatura.

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