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Apes on Tapes HMCF

 Le cose stanno andando benissimo per voi. Vi aspettavate questo salto, non di qualità dato che ormai è assodata, ma proprio di pubblico e critica?

Non ce l’aspettavamo e siamo pieni di gioia a riguardo. Dopo tre anni di silenzio a livello di release, credevamo di dover riguadagnarci il nostro posto. Ma con l’uscita dell’Ep, “Pitagora’s bitch”, abbiamo avuto un massiccio riscontro. Come se ci stessero aspettando. Fa venire voglia di produrre di più.

 Rispetto a qualche anno fa, come si è evoluto il progetto “Apes on Tapes”?

È evoluto parecchio a livello stilistico e di approccio alla musica, ma lo spirito iniziale di aggregazione e divertimento è lo stesso. Dal 2005, anno della nostra formazione, a oggi, sono passati quasi dieci anni. Capita spesso di chiedersi perché si suona… e alla fine le ragioni sono sempre le solite di base: perché è terapeutico per noi, perché ci diverte, perché spesso fa divertire altre persone insieme a noi. Con il tempo abbiamo visto che sono motivi che ci fanno stare meglio e, in maniera naturale, puntiamo sempre di più su questi concetti di base.

Che musica c’è nel vostro background?

La più svariata. Ognuno di noi ha background più o meno ibridi rispetto alla musica e penso che sia il motivo che ci lega di più e che ci ha fatto trovare: costruire combinando ciò che c’è, come quando non si seguono più le istruzioni della Lego. La viviamo un po’ così. Per entrare nello specifico, per “Pitagora’s bitch” abbiamo ascoltato le cose più disparate: dai Jetrho Tull a Madlib passando per Mina, Flying Lotus e i video che becchi random su youtube.

È piacevole fare musica in Italia nel 2014?

Fare musica è una delle poche terapie sane che usiamo per stare meglio, indifferentemente dal contesto. Il resto viene dopo. È vero che l’Italia è un paese strano che spesso ha paura delle innovazioni e non aiuta molto le sue giovani menti. Resta il fatto che più è duro il contesto da dove vieni, più dovresti aver sviluppato la scorza necessaria per resistere. A noi non piace lamentarci e la cosa che conta secondo noi è continuare a fare. Stiamo suonando parecchio e ciò per noi è più che piacevole, è tutto ciò che vogliamo fare.

Parliamo di live e approccio con il pubblico. Avendo suonato all’estero, cosa manca al nostro paese nel rapporto fra ascoltatore e musica durante un esibizione live? Ci sono differenze con gli altri paesi in questo senso?

A volte sembra che parte del pubblico italiano sia curioso ma timido. Anche se questa tendenza sta cambiando, sopratutto tra i più giovani. È capitato spesso, soprattutto in passato, di esibirci in posti affollati, dove la maggior parte delle persone seguiva il tempo con la testa, ma fondamentalmente pochi ballavano. La cosa interessante è che nelle pause tra i momenti del live, ci beccavamo un sacco di applausi. Come se volessero apprezzare di più, ma non avessero idea di come ballare sui nostri pezzi. Al contrario, all’estero, il pubblico straniero balla molto di più, ognuno come vuole. In ogni caso sia in Italia sia all’estero, ci arriva sempre una grande energia e cerchiamo sempre di più l’interazione col pubblico, perché quando si crea la connessione, lo scambio diventa esponenziale.

La scena di musica elettronica Italiana che mi piace definire “quella che piace molto all’estero” è in grande espansione. La cosa più spontanea che mi viene da chiedere, nonostante la grandissima espansione e gli apprezzamenti da parte di tutti, proprio tutti è se c’è qualcosa che invece cambiereste all’interno di questa scena musicale?

Finora abbiamo conosciuto solo persone squisite. Grazie a eventi come il Grabber Soul a Firenze, abbiamo avuto l’occasione di ampliare il nostro bacino di contatti tra colleghi beatmaker. Ci piace un sacco scambiare pareri e collaborare, ed è bello quando il livello è così alto, come abbiamo avuto il piacere di constatare. Stiamo già collaborando con un sacco di nuovi amici dei bottoni e penso che ne sentirete presto i frutti. Insomma, non pensiamo ci sia nulla da cambiare finché la passione per la musica è il divertimento, è ciò che lega e spinge avanti.

Siete stati fra i primi a sperimentare elettronica in Italia. Vi saranno passati accanto diversi colleghi o progetti musicali affascinanti. Qualche consiglio da sentire o semplicemente qualcuno su cui puntare?

Volendo andare su nomi in ascesa e “nuovi” della scena italiana, puntiamo forte su Stèv, per la sua attitudine dal vivo: suona di tutto, registra e crea loop in tempo reale. Il suo live è davvero bello da sentire e anche da vedere. Poi HLMNSRA, perché è già un fenomeno nelle produzioni e secondo noi può diventarlo molto di più. Aggiungiamo Di Maggio Baseball Team, ex componente degli Appaloosa datosi al suono elettronico downtempo con atmosfere quasi magiche. Sul lato rap, citiamo Crema, un giovanissimo toscano dotato di un flow e una capacità di giocare e incastrare parole sorprendente

Quindi la musica elettronica in Italia non è solo club e dancefloor ma anche sensazione e ascolto da “seduti”?

Beh, noi speriamo che la musica sia libera di essere ciò che vuole. E crediamo serva musica per tutti i contesti in cui può essere fruita. Dal vivo spesso sentiamo la richiesta di spingere verso ritmi più ballabili e penso sia normale: l’aggregazione agevola alla danza ed è il suo bello, è bio😀                        In ogni caso portiamo sempre qualche pezzo più “seduto” o sdraiato. Nella nostra generazione in effetti è sparito il concetto di pezzo da ballo “lento”. Quasi quasi prepariamo qualcosa a riguardo.

Quanto sono stati importanti internet e i social network per pubblicare musica ed arrivare a un maggior pubblico possibile?

Noi siamo sempre usciti in free download fino a prima di “Pitagora’s Bitch”. Ai  tempi di Homework Records, la netlabel, praticamente vivevamo solo di internet e concerti. Free music Archive, Last.fm, i vari blog, YouTube, erano i luoghi da dove ci potevamo diffondere, dove ricevevamo i feedback e i primi riscontri. Siamo praticamente nati dal vivo e cresciuti grazie a internet. Oggi ancora di più: la dimensione live e online sono aumentate in maniera direttamente proporzionale. È bello, oggi esisti solo se sei virtuale ma dal vivo devi essere solido.

Due parole sul mondo hip hop a voi comunque vicino. Come sta? Avete sempre preferito il rap crossover o siete più integralisti in questo senso?

Gli Apes si formarono proprio per fuggire da ogni integralismo musicale. Campioniamo stilemi appartenenti a vari generi e cerchiamo sempre di usarli a modo nostro. A volte anche in maniera “sbagliata”. Alla fine dagli errori si impara di più che dai canoni. Ci piace fare ciò che ci fa divertire, stare bene o ballare, usando tutto quello che ci va. Riguardo al mondo dell’hip hop, non riusciamo a fare una diagnosi. Comunque vediamo che ci sono un sacco di ragazzi giovani ed energici, in tutte le zone, che continuano a spingere.

Avete già in mente il prossimo lavoro e in che direzione vorreste lavorare?

Abbiamo in cantiere già un bel po’ di brani per l’album nuovo (che uscirà…?) e stiamo continuando a far evolvere il live set, quindi creando tracce nuove. Sta venendo fuori bene, ci sono vari spunti diversi e interessanti.

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Nato a Bologna il 30.11.91 quando fuori pioveva. Cresce, gioca a tennis giornate intere, fonda il Collettivo HMCF scrive per DLSO e Crampi Sportivi, si laurea e dorme.

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