Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#56

Napolitano HMCF

La legge è uguale per tutti. Troneggia questa frase su ogni aula di tribunale. Non era scritta al Quirinale, pochi giorni fa, quando si è verificato un evento di straordinario significato storico e simbolico. Quel monito, però, si è comunque realizzato. Il Presidente della Repubblica, la più alta carica dello stato, è stato sottoposto a un esame testimoniale: interrogato dai pubblici ministeri del tribunale di Palermo, ha dato il suo contributo per tentare di sciogliere alcuni misteri che avvolgono una delle pagine più cupe della nostra storia italiana. I mesi attorno ai quali ruotarono le uccisioni di Falcone e Borsellino. La tremenda estate del 1992. Il Quirinale ha pubblicato per intero le dichiarazioni di Napolitano. Ai giudici della corte spetterà “risolvere il caso”, ma leggendo quelle pagine si libera inequivocabilmente un altro concetto, ben più profondo: il senso delle istituzioni. Sempre più labile e lato, difficilmente comprensibile in una stagione della storia italiana in cui la politica si fa con i sondaggi e le riforme si compiono dalla sera alla mattina. Siamo figli del nostro tempo e dimentichiamo di ereditare ciò che di meglio hanno elaborato i nostri predecessori. Nelle parole del Presidente della Repubblica risuona l’ultimo eco profondo dei nostri padri (costituenti). Due citazioni dalla lunga testimonianza di Napolitano. La prima, in merito al suo rapporto con i suoi collaboratori più stretti:

Francamente io ho seguito una mia regola, che è quella di avere un rapporto schietto ma sempre inteso in termini di rapporto di lavoro da tenere su un binario di lealtà e anche severità. Insomma, non avevo né con il dottor D’Ambrosio, né con altri conversazioni a ruota libera o ricostruzioni delle nostre esperienze passate. Eravamo, questo ogni tanto è difficile farlo intendere, eravamo una squadra di lavoro. In Italia c’è una Repubblica, peraltro non Presidenziale. Non c’è una monarchia, non c’è una Corte: c’è attorno al Presidente della Repubblica, come istituzione monocratica, una squadra di lavoro. E solo di lavoro quotidiano, corrente, discorrevamo tra di noi, non su che cosa avesse fatto il mio Consigliere Militare da Capo di Stato Maggiore della Difesa o da Generale Comandante della Guardia di Finanza, né con il mio Consigliere per gli Affari Giuridico – Costituzionali, quali fossero state le sue esperienze quando aveva funzioni elevate nell’Amministrazione del Senato. Stavamo ogni giorno sulla palla, su quello che si può considerare il nucleo vivo dell’attività che si sviluppava nel Parlamento, che si sviluppava da parte del Governo, e su cui io avevo in certi limiti e in certi precisi modi una voce da fare assentire.

Seconda citazione, in merito alle minacce di attentato ricevute da Napolitano nel 1992, quando ricopriva il ruolo di Presidente della Camera. Spadolini era Presidente del Senato. Scalfaro era Presidente della Repubblica.

Anche da parte di Spadolini c’era una interlocuzione diretta con il Presidente Scalfaro. La concezione, la concezione di Scalfaro, che noi condividevamo, è che accanto ad una istituzione monocratica di vertice quale è il Presidente della Repubblica, le altre due istituzioni rappresentative del sistema democratico, cioè i due rami del Parlamento, avessero una qualche responsabilità comune di presiedere agli interessi fondamentali del paese. Naturalmente posso dire con molta semplicità, e credo che valga anche per il compianto Spadolini, che io accolsi questa notizia con assoluta imperturbabilità, perché avevo già vissuto tutti gli anni della stagione del terrorismo in cui di minacce ne fioccavano da tutte le parti. E purtroppo non fioccavano solo minacce, ma anche pallottole, anche ad esponenti politici e ad esponenti sindacali, eccetera. Come dire, un po’ per natura e un po’ per fredda considerazione politica, non ci scomponemmo minimamente, anche perché abbiamo sempre considerato che il servire il paese, e voi Magistrati lo sapete meglio di chiunque altro, servire il paese significa anche mettere a rischio ipotesi di sacrificio della propria vita. E guai a farsi condizionare da reazioni di timore o di allarme personali. Altra cosa è che ci siano ragioni di allarme per le istituzioni, ma quelle per le persone, diciamo, fanno parte della nostra scelta e vocazione. Servitori dello Stato, in veste di Parlamentari o in veste di Magistrati o in veste di Funzionari delle Forze dell’Ordine.

Vocazione. Servitori dello Stato. Sacrificio della propria vita. Un vetusto ottuagenario spesso maltrattato ignorantemente dalla grettezza dell’opinione pubblica dimostra in poche righe cos’è il senso delle istituzioni. Un valore che si è sprigionato quando i nostri padri (costituenti e non) si buttavano alle spalle la guerra e sulle spalle il peso della ricostruzione del nostro paese. Il senso delle istituzioni lo dovrebbero imparare molti di coloro che oggi “fanno politica”, certo. Ma è tempo perso, il dato è stato tratto. I buoi sono scappati e si sono cibati della grandezza della nostra Repubblica annientandone sogni e speranze. Lo imparino però le nuove generazioni. Imparino che possono esistere uomini devoti allo Stato e non ai propri interessi. Si liberino dell’arrivismo, della sete di fama, gloria, potere, denaro a cui le ultime generazioni politiche ci hanno educato, cancellando la suprema dignità del fare politica. Se davvero si assomiglia più ai nonni che a genitori, forse questa è la nostra ultima occasione. Nonni come Napolitano si spengono uno dopo l’altro, domandandosi se c’è qualche nipote che sarà in grado di ereditare la loro volontà. E di sacrificarsi per essa.

Alessandro Cillario

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