Interviste
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w/K-Conjog

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w/ K-ConjogÈ stato uno dei mattatori dell’ultima edizione del roBOt festival appena conclusa, con il suo album Dasein ha rimarcato il concetto di poesia legata alla musica elettronica. Qualche mese fa, avevamo scritto questo di lui, e oggi abbiamo fatto l’intervista che mancava per completare il profilo di un grande protagonista della nuova scena musicale in Italia.

Mettere d’accordo pubblico e critica (in Italia nel 2014), tu ci sei riuscito, che effetto ti fa? 

È una bellissima sorpresa e, non lo nego, anche una soddisfazione straordinaria. Ho un approccio molto critico a quello che faccio e tutto mi aspetto tranne che pubblico e critica, almeno per adesso, vadano a braccetto. Che dire? Ne sono felice.

La musica dal vivo secondo te sta bene? È un momento dove persiste quella curiosità nell’andare a scoprire nuovi universi musicali in un concerto?

I pareri al riguardo sono molto discordanti e variano a seconda dei settori e delle città prese in considerazione. Devo ammettere che ho rinunciato quasi a fare una sintesi globale di quello che sta succedendo poiché le cose cambiano con estrema velocità. E non che non mi sia fatto una mia idea al riguardo. La curiosità però c’è ed è evidente, sempre se si è stati abili nel veicolare al meglio il messaggio che si voleva mandare. Dopotutto credo che la curiosità vada costantemente stimolata e se lo si fa al meglio un feedback è più che naturale. Quel che posso dire riguarda essenzialmente il mio settore e noto, facendo anche un sospiro di sollievo, che un passo alla volta si sta superando quella antica reticenza (a volte anche solo nostrana) di contaminarsi nell’accettare come tali dei concerti elettronici. Diciamo che la musica dal vivo potrebbe stare molto meglio e non è detto che non accadrà. Staremo a vedere.

Come si è evoluto il K-Conjog artista in questi anni? 

All’inizio avevo solo un campionatore/drum machine e muovendomi nei confini stabiliti della macchina, che non è detto che sia sempre un male, tutto quello che ne veniva fuori oscillava tra l’IDM e la glitch music. Quando ne comprai un altro decisamente più potente da unire a quello che avevo già fu molto stimolante,ma essenzialmente la storia non cambiò. Sentivo il bisogno di fare altro e con altre cose, ma soprattutto sentivo l’esigenza di far coesistere più mondi, ovvero quelli delle sonorità acustiche ed elettroniche. Ho passato un periodo intermedio in cui con il mio primissimo portatile m’innamorai della plundefonia, dei field recordings e del lo-fi sviluppando un approccio che posso dire di aver quasi totalmente abbandonato. Sono sempre stato un amante del folk, degli arrangiamenti orchestrali pomposi o della semplicità disarmante di un piano solo per cui, un passo alla volta ,ho deciso di fare miei questi elementi cercando di tradurre questi linguaggi in modo che si potessero adattare al mio modo di scrivere. E, praticamente, siamo arrivati ai giorni nostri.

L’esperienza del roBOt festival com’è stata? Hai trovato una grande realtà in espansione?

L’esperienza al roBOt è stata meravigliosa. Il set è andato molto bene, riuscendomi a conquistare un’attenzione ed un trasporto fuori dalle righe. Senza contare che l’accoglienza di pubblico e staff è stata notevole. Senza ombra di dubbio si può dire, e non è un’opinione solo mia, che questa sia stata la migliore edizione di sempre e per me è una soddisfazione potere aver dato il mio contributo.

Lunghissima vita al roBOt.

Nonostante la grande ascesa, manca ancora qualcosa musica elettronica in Italia? 

Di sicuro ultimamente ci sono delle produzioni notevoli,questo accade già da qualche anno, ma solo adesso queste stanno raccogliendo l’attenzione dei più. Quello che manca,forse,è una grande etichetta che raccolga produzioni nostrane ed internazionali e che si faccia valere sul mercato di settore. Ma sappiamo tutti quanto sia difficile e complicato mettere su una realtà del genere e soprattutto ci vuole una quantità di tempo (e soldi) niente male per acquisire quel giusto appeal per mettere il naso fuori dai confini dei territori nazionali. Ma sarebbe bello anche se le grandi realtà internazionali si interessassero un po’ di più a quello che viene prodotto qui. È gia successo in passato,e vista lo spessore delle produzioni, non vedo perché non possa succedere di nuovo.

Quanto Fabrizio Somma c’è nella tua musica? Credi alla separazione fra artista e persona?

Ci credo poco o almeno non è il mio caso. Credo che il percorso personale,che sia emotivo o introspettivo, sia alla base di qualsiasi tipo di produzione. Quando scrivo cerco di tradurre in musica molte delle cose che sento, la concezione è esattamente quella della colonna sonora. Infatti non nego assolutamente l’atmosfera cinematica della mia musica, anzi. Questo però non significa che, avendo la mia musica una struttura malinconica di base, io sia una persona completamente malinconica a mia volta. Essendo molto riservato scrivo di ciò di cui non riesco sempre a parlare. Diciamo che l’unica “separazione”, se così la si vuole intendere, risiede qui.

“Dasein” per me è stata poesia prima di tutto, a distanza di qualche mese tu come lo definiresti anche alla luce della risposta del pubblico e dei bilanci doverosi della critica? 

Dasein è un lavoro di pancia nato con pochissimo tempo a disposizione, contrariamente alle cose fatte in passato. È una sorta di quaderno personale che immortala a pieno titolo i 3 mesi in cui l’ho scritto e come spesso accade per questo genere di cose ha in sè una componente intima non indifferente. Infatti prima dell’uscita ero un pò spaventato circa la sua fruizione, anche perché venivo da un disco profondamente ragionato e ponderato. Avevo la stessa e identica “vergogna” di chi da in pasto a sconosciuti il proprio diario personale e i diari solitamente sono scritti di getto, ci si augura che siano autentici e non ammettono censure. Scrivere Dasein per me ha rappresentato prima di tutto una sfida che si è rivelata essere molto stimolante ed ora che questo disco non è più solo mio ma anche di chi l’ascolta e lo vorrà ascoltare rappresenta un punto da cui ricominciare.

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Nato a Bologna il 30.11.91 quando fuori pioveva. Cresce, gioca a tennis giornate intere, fonda il Collettivo HMCF scrive per DLSO e Crampi Sportivi, si laurea e dorme.

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