Cinema
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Un ragazzo d’oro

un ragazzo d'oro

di Pupi Avati; con Riccardo Scamarcio, Sharon Stone, Cristiana Capotondi, Giovanna Ralli. 

Durata 102’

un ragazzo d'oro

A tre anni di distanza da Il cuore grande delle ragazze, Pupi Avati torna nelle sale con un film delicato ma incompiuto, incentrato ancora una volta sul tema, tanto caro al regista emiliano, del rapporto padre – figlio.

Protagonista è Davide Bias (Riccardo Scamarcio), pubblicitario frustrato ed aspirante scrittore, che si rifugia nel massiccio uso di ansiolitici e nel complesso rapporto con la fidanzata Silvia (Cristiana Capotondi) per evitare l’alienazione. L’improvvisa morte, in circostanze sospette, del padre Ettore, ex sceneggiatore di B movie anni ’70 con l’ossessione di scrivere un capolavoro che lo consacrasse, costringerà Davide a rivivere il rapporto con quel papà assente e così diverso da lui. L’occasione per rivalutare la figura paterna arriverà da Ludovica (Sharon Stone), un’editrice nonché amante del defunto sceneggiatore, disposta a pubblicare la presunta autobiografia che Ettore avrebbe scritto prima di morire. Ma la triste verità scoperta dal figlio Davide, pur fornendogli la chance di esprimere il suo talento, finirà col condurlo, proprio come il suo odiato padre, all’isolamento ed alla pazzia.

Nonostante la trama succosa, Un ragazzo d’oro rimane sempre sulla superficie dei temi trattati, risolvendosi in una lenta e fredda successione di eventi che faticano a suscitare un’emozione. La sceneggiatura procede a singhiozzo con personaggi che scompaiono inspiegabilmente (vedi il tesista impegnato nella ricerca di informazioni sul defunto sceneggiatore), cammei discutibili (10 secondi tragicomici di Valeria Marini al funerale di Ettore) ed una Sharon Stone, di certo non aiutata dal doppiaggio di Jane Alexander, del tutto estranea al contesto. Da salvare, oltre alle buone intenzioni, l’interpretazione di Scamarcio, che si conferma un attore di livello, e la colonna sonora Time for my prayers, firmata Raphael Gualazzi con la collaborazione di Erica Mou. Un po’ pochino per un maestro come Avati.

Andrea Ortolani 

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