Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#55

Normale non vuol dire giusto#55

Normale non vuol dire giusto#55Il “terrore” fu l’ultima deformazione della rivoluzione francese e di Robespierre. Poi il sistema collassò su sé stesso. Il terrorismo, invece, prima di essere una posizione “politica”, è una strategia di comunicazione globale. Le teste cadevano a centinaia sotto la ghigliottina: così ci si liberava degli oppositori politici. Oggi le teste si tagliano per intimidire l’opinione pubblica delle nazioni nemiche. La paura genera odio, e l’odio violenza. In questo modo i fondamentalisti dell’Isis trascinano i loro avversari sul proprio congeniale terreno di battaglia: radicalizzano le posizioni di chi si trova a fronteggiarli. Per quanto il nuovo califfato possa essere ricco e solido, combatte una battaglia persa in partenza. Le forze militari in campo non sono paragonabili, e non siamo nel Vietnam. Tuttavia il vero pericolo non è l’Isis, ma la reazione che avranno le forze alleate. Trasformare il conflitto attuale in una battaglia fra mondo arabo e occidente è il desiderio più sfrenato di questo nuovo esercito che va formandosi. Estremizzare le posizioni porterebbe a un conflitto su scala mondiale. Proviamo a pensare a una guerra fra Islam e occidente, tutt’altro che fredda. I cittadini americani o europei, indotti dal timore verso “l’islamico terrorista”, rifiutano gli arabi spingendoli ai margini della società. La tensione cresce. Centinaia di cellule terroristiche senza coordinamento si creano autonomamente e sfuggono al controllo delle forze dell’ordine. Ogni città, aereo e stazione dell’occidente diventa un potenziale luogo di pericolo. Ecco la guerra sotto casa, forse quella terza guerra mondiale “frammentata” di cui parla anche Papa Francesco. Troppi degli opinionisti di casa nostra la sottovalutano. Analizzano correttamente il contrasto autentico fra la cultura occidentale e quella islamica, invitano a riscoprire le proprie radici (liberali, cristiane, democratiche). Tutto giusto. Ma poi fanno un errore terribile: premono affinché siano poste in contrasto con quelle arabe, anziché in dialogo. La solidità dei propri argomenti può essere il presupposto per il confronto, non la semplice preparazione di uno scontro. Così cadremmo in trappola. Una trappola che, almeno per il momento, l’America sembra avere intuito. Obama vuole un’alleanza dei paesi arabi democratici: un esercito che combatta, sostenuto dalle potenze occidentali, contro l’Isis. Non è (solo) una scusa per tenere i propri soldati a casa e lasciare combattere gli altri. Garantisce anche ai paesi arabi la presa di coscienza di quanto sta accadendo e della complessità del mondo che ci aspetta. L’Isis non si troverà di fronte l’odiato nemico americano, ma altri arabi che non vogliono essere piegati dalle catene culturali del fondamentalismo. Evitiamo di farci travolgere da moti di paura e di odio. Spolveriamo il più grande strumento che l’illuminismo francese ci ha donato: non la ghigliottina, ma la forza della ragione. Riscopriamo le nostre radici, ma indaghiamo anche su quelle dell’Islam. Scopriremo che il mondo arabo è ben più grande e complesso del califfato dell’Isis. Se non vogliamo davvero una guerra del terrore su scala mondiale, sarà meglio imparare a conoscerci. E in fretta.

Alessandro Cillario

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