Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#54

Normale non vuol dire giusto#54-

Normale non vuol dire giusto#54-Solidarietà o ipocrisia? L’amletico dilemma dell’Ice Bucket Challenge non dà tregua. La giornata internazionale contro la SLA sarà il 21 settembre. Mancano tre settimane all’evento, ma già la sfida a suon di secchiate d’acqua sembra aver perso buona parte del suo appeal. Mentre esperti di ieri e di oggi alternano sapientemente severità e compiacenza nei confronti della nuova moda dei social network, il video si è diffuso in maniera virale. Hanno partecipato molti di quelli che contano e molti che non sanno neanche contare. Alcuni hanno versato all’AISLA, altri no. Per la cronaca: parliamo di Sclerosi Laterale Amiotrofica, una sindrome che nel tempo limita l’attività muscolare. La più classica delle malattie degenerative che tutti temono e che nessuno vuole vedere. Nella gran confusione di opinioni, tendenze e controtendenze, prese di posizione e accesi impeti di superiorità, sfugge il metodo più semplice per dare un giudizio – se ancora ci si può permettere di giudicare – sull’intera faccenda. Dividere il problema e scoprire che, in realtà, le questioni sono due. La prima è la campagna ideata da chi combatte contro questa malattia. Probabilmente nessuno si sarebbe aspettato un risultato simile. L’effetto è stato dirompente, i soldi raccolti tantissimi (meno del previsto? No di certo). Il nome “SLA”, che fino a un mese fa era sconosciuto ai più, adesso è entrato nell’immaginario comune. Molti hanno solo seguito la moda? Pazienza. Qualcuno non ha versato il suo obolo per la causa? Rispondiamo alla Renzi: ce ne faremo una ragione. Chi è condannato all’immobilità e cerca una cura, del perbenismo e della moralità culturale se ne infischia. E fa bene. Il messaggio è passato. Senza contare che l’ultima (e forse l’unica) catena simile non aveva obiettivi particolarmente nobili. Ragazzi dai 16 ai 30 anni che bevevano alcol nominandosi a vicenda in una goliardica gara a chi trascina meglio gli altri in un abisso di deficienza. In passato, insomma, abbiamo visto di peggio. Poi c’è il secondo problema. Molto più sottile. Possiamo chiamarlo “vanità interattiva”. Un povero contadinello del Nebraska, se iscritto a twitter, può diventare l’idolo delle folle. Una studentessa della Bocconi, grazie a instagram, potrà calcolare il bacino di consenso che genera con una sua foto in perizoma. Il selfie impazza, chissà perché. Se gli ultimi vent’anni ci hanno insegnato che vorremmo diventare tutti famosi, i social network ci illudono di esserlo. E ci invitano a comunicarlo agli altri in ogni istante. Non servono più “Chi?” e “Donna Moderna”: per farsi gli affari degli altri è sufficiente scorrere la propria bacheca di Facebook e Twitter. Siamo diventati i paparazzi di noi stessi. Ed ecco che allora anche questa nuova sfida di solidarietà è diventata l’occasione per essere parte integrante e mai sazia della nuova società di massa, sempre collegata grazie a Wi-Fi e 3G. Una nuova coscienza interattiva che può generare la primavera araba o un gioco alcolico per decerebrati. Se vista in questa prospettiva, l’Ice Bucket Challenge è il sintomo della nostra “vanità interattiva”, dove per donare a fin di bene bisogna prima tirarsi dell’acqua in testa. Magari per rinfrescarsi le idee.

Alessandro Cillario

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