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Che c’importa di domani

Che c'importa di domani

Che c'importa di domaniEsco di casa. Oggi si prende il treno e si va a Bologna per vedere la mia squadra di basket preferita. Si chiama Fortitudo e nella sua storia ha collezionato ben due scudetti e una serie infinita di finali scudetto perse nelle maniere più disparate. Saluto Ernesto, il cane di mia madre e prendo il tram. Arrivo in stazione, faccio il biglietto meno vantaggioso del mondo e la prossima fermata è il Paladozza in Piazza Azzarita a Bologna. Al mio arrivo, ci si prepara alla temibile gara 5 finale scudetto contro l’armata avversaria. Giochiamo in casa, il fattore campo non è cosa indifferente. Ogni domenica, che si tratti di B2 o finale scudetto, oltre 5000 persone assistono alle partite da anni a questa parte. Lo diceva qualcuno e me lo ripeteva sempre Augusto, il mio vecchio portinaio quando vivevo a Bologna “la Fortitudo è un sentimento, le altre sono squadre”. Entrato nella bolgia della tifoseria, mi levo non solo fisicamente ma anche mentalmente i panni dello stagista servile che per tutta la settimana mi pesano l’animo. Sono in mezzo alla Fossa dei Leoni, l’avresti mai detto? sei qui a cantare con una delle tifoserie sportive più belle al mondo. Dall’inizio alla fine fin da quando sono nati, in ogni luogo dell’Europa che sia Cecina o Madrid, questi incitano la propria squadra in migliaia senza tener conto del punteggio. La coccolano esaltando ogni singolo membro di quello spirito Fortitudo, dal fisioterapista al giocatore di punta, senza dimenticare se stessi, veri artefici di tutta questa bellezza. Al termine del primo quarto siamo avanti di 7, il nostro miglior giocatore l’Americano Turner sta facendo impazzire la difesa avversaria con penetrazioni sospinte dal pubblico ogni volta che si arriva al ferro. Tra gli spalti, in mezzo alla Fossa vedo Augusto che nonostante i quasi 70 anni è ancora lì a cantare e urlare. Mi avvicino e lo saluto, ma non sembra molto interessato a chiedermi come sta andando la mia nuova vita in un’altra città. C’è la partita e un secondo quarto in discesa, + 12 all’intervallo con il boato finale per la tripla sulla sirena di capitan Cresotti, nato e cresciuto cestisticamente nella Fortitudo. Dalle giovanili, passando per l’inferno della B2 con tutta la trafila per risalire. Non l’avrei mai detto, ma è diventato un playmaker di qualità a livello nazionale.

Prima di iniziare il terzo quarto, nuovo striscione e coreografia infernale. Qui dentro è una bolgia, non c’è nulla che può sfuggire al caso. Stiamo vincendo finalmente uno scudetto da protagonisti, dopo aver vinto 3 campionati consecutivi nelle serie minori e aver dominato la regular season. Molti di quelli che una volta capeggiavano la tifoseria si sono fatti da parte, per motivi anagrafici ma sono sempre qui a vigilare sull’operato dei nuovi, che fin da quando erano cinni e giocavano nel campetto di fronte fermavano i giocatori prima della partita per farsi fare un autografo. Qui funziona così, vivi il basket in questo modo viscerale 7 giorni su 7. I giocatori, anche solo per qualche minuto sul parquet, possono diventare eroi. Augusto mi intima a non pensare “continua a cantare” e io mi faccio prendere dalla sua energia mentre sul campo, il nostro vantaggio si è dimezzato a fine terzo quarto, +6. Turner continua a farci saltare e Cresotti invoca il suo pubblico in questo ultimo periodo. È un momento strano, pare che se non si dovesse vincere e conquistare il premio scudetto dalla Lega la società possa nuovamente fallire, perchè i soldi sono finiti e gli sponsor non sono sufficienti a coprire le spese di tutte quelle trasferte europee. Si vive in un clima surreale, come se questa volta la storia non possa ripetersi ancora. Ennesimo sconfitta significa ennesimo fallimento. Augusto mi dice di non pensare “su quelle cazzo di mani!!“. Mancano 60 secondi + 3 con palla in mano, Turner si butta dentro grazie all’ennesima penetrazione, marchio di fabbrica della casa, e commette uno stupido sfondamento. Di contro subiamo un piazzato dal loro lungo Anderini, Bolognese ma tifoso Virtussino sbeffeggiato per tutta la partita a causa della sua fede. Cresotti si assume le proprie responsabilità e sul +1 tenta un tiro da tre punti, abbastanza libero e sbaglia, non di poco. Con 26 secondi da giocare e palla agli avversari inizia a tremare, non solo in senso figurato, tutto il palasport. Fischiamo tutti fortissimo, con la rabbia in corpo dopo una settimana di delusioni e ore di lavoro non retribuite. Anderini segna, per la prima volta nella partita siamo sotto di 1 punto. Proprio lui, da sotto prende un rimbalzo e tutto solo realizza quando sul cronometro mancano 6 secondi. In 6 secondi può cambiare il mondo, posso licenziarmi e trovarmi un vero lavoro, Augusto chissà quante cose ha fatto in 6 secondi. Si gira verso di me e con il solito ghigno che fin da quando son bambino ho associato allo spirito Fortitudo stringe un pugno e inizia a intonare un romantico coro infinito durante il time out. Rimette Cresotti, Turner esce da un blocco, si arresta va per tirare e viene stoppato da Anderini. Finisce il tempo, suona la sirena e i tifosi ospiti festeggiano, abbiamo perso. Guardo Augusto e la Fossa dei Leoni, tutti continuano a cantare con le lacrime negli occhi, provati dall’ennesima sconfitta e con la voce dal serbatoio infinito. Il coro è più forte che mai e non sembra spegnersi per guardarsi e fare i soliti bilanci post partita.

Sembra infinito tutto questo, Augusto ha lo stesso animo di 20 anni fa. Si volta, mi guarda e mi abbraccia “grazie al cielo, non abbiamo mai vinto un cazzo figliolo” commenta. “Che c’importa di domani se oggi c’è tutto questo?” domando, ma non serve aggiungere altro, il treno non so nemmeno a che ora possa riportarmi a casa e questo non mi interessa. Per amore solo per amore.

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