Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#52

Normale non vuol dire giusto#52

Normale non vuol dire giusto#52Poliziotti che applaudono chi uccise Aldrovandi. Ultras che sfogano la loro violenza negli stadi, si sparano, lanciano fumogeni e si sbracciano per avere il controllo di una partita, atto che per loro rappresenta la massima manifestazione del potere. Il punto in comune non è il sangue sparso sulla strade di Ferrara o della capitale, non sono nemmeno le frasi – più o meno di circostanza – pronunciate dalle istituzioni del nostro paese. E’ il silenzio tombale di chi professa amore (per una divisa come per una maglia) ma non ha il coraggio di opporsi alla violenza che stupra questo sentimento quotidianamente. Un silenzio che ci condanna, bollandoci mestamente per quello che evidentemente siamo. Un popolo di quaquaraquà. Speriamo non si offenda Sciascia, che descriveva la categoria come “quelli che dovrebbero vivere con le anatre nelle pozzanghere, perché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre”. Partiamo da un presupposto: ogni essere umano ha passioni, desideri, sogni. E’ lui stesso a sceglierseli. Ma è poi capace di difenderli? Un Ultras della Roma decide di provocare i napoletani. Lancia qualche bomba carta. Poi scappa. Quelli lo inseguono, gli stanno dietro. Lui scivola e cade. Gli sono addosso, iniziano a malmenarlo. Ed è allora che tira fuori la pistola ed esplode quattro colpi. Ferisce tre degli aggressori. Uno in fin di vita. Lasciamo perdere la patetica gestione dell’ordine pubblico all’Olimpico, dove giocatori e forze dell’ordine devono andare a trattare con “a Carogna”, capo ultras del Napoli, diventato fin troppo famoso. Lasciamo le urla, il rumore, i fischi sull’inno di Mameli. Concentriamoci sul silenzio che c’è attorno. Sono passate quasi 24 ore. Le indagini sono iniziate, le isituzioni hanno attaccato con le loro dichiarazioni lapalissiane. Eppure c’è qualcuno che continua tristemente a stare zitto. E’ la gente comune. Assuefatta all’idea che “sono cose che capitano”, che “non ci si può fare niente” e che “negli stadi purtroppo funziona così”, lentamente muore la dignità del nostro essere umani. Sbiadisce la nostra capacità di amare una squadra di calcio e di indignarsi di fronte a chi la usa come strumento per esercitare la violenza o sfogare i propri istinti primordiali. Lo sport che da molti è definito il più bello del mondo, viene stuprato sotto gli occhi attenti di milioni di italiani, tifosi (civili), che abbassano la testa e si rassegnano. Le forze dell’ordine, che ricoprono uno fra i ruoli più alti nello stato di diritto, sono infangate da applausi a cielo aperto sotto gli occhi silenti di migliaia di poliziotti (civili), che magari si vergognano, ma voltano lo sguardo. Quando il gioco si fa duro, meglio essere da un’altra parte. Quando c’è da difendere la bellezza dello sport, meglio rassegnarsi ad una violenza che nessuno singolarmente potrebbe cambiare. Ci pensi lo stato, la polizia, il Presidente del Consiglio. Ci pensino il questore e il prefetto. Noi staremo a guardare, spettatori assenti di una commedia grottesca che non è altro che la nostra vita. Doveva essere nostro figlio, Aldrovandi, perché ci indignassimo di fronte a quello che era successo? Deve essere il nostro più caro amico il ragazzo in fin di vita a Roma perché potessimo provare rabbia e disprezzo nei confronti di chi distrugge quello che diciamo di amare? Dobbiamo sempre, miseramente, rimanere scottati dal dolore per riscoprire la nostra dignità e difendere quello che amiamo? A questo punto, la vera domanda è se gli italiani il calcio lo amano veramente, o se rappresenta solo la trasposizione in chiave moderna del “panem et circenses” che ci ha lavato, per secoli, nel sangue dei gladiatori. Se lo amano, che lo difendano. Esattamente come fanno i cittadini che amano la sicilia e lottano contro la mafia, dimostrando a Sciascia che forse qualche Uomo, sulla nostra amata penisola, ancora si trova.

Alessandro Cillario

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