Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#51

Normale non vuol dire giusto#51

Normale non vuol dire giusto#51Festa della liberazione. La nota più malinconica e triste di questa giornata meravigliosa è che il suo significato più profondo è stato perso lungo settant’anni. Diciamo meglio: chi lo ha perso, sono state le generazioni degli attuali cinquantenni e sessantenni. Noi che di anni ne abbiamo meno, possiamo ritenerci fortunati se una briciola di quel significato ci è stato trasmesso da chi ancora ne porta le cicatrici sulla pelle ormai secca e stremata, o riposa all’ombra delle colline accarezzate dalla brezza della primavera.
Un popolo che non ha radici, non ha futuro, dicono. E noi, che le avevamo, dove le abbiamo perse? Come possiamo ritrovarle, se solo le briciole ci rimangono? Liberazione, da sempre in coppia con Resistenza. Quella partigiana, sui nostri monti, o meglio, sui monti dei nostri vecchi. Perche quei monti non sono nostri: nessuno ci ha fatto sentire tali nemmeno quelli, e noi gli preferiamo l’alto mare aperto della rete, dove chi è ancora più piccolo, spesso, navigha senza sosta e senza un’apparente destinazione, dimenticandosi perfino che esistono porti, sicuri, a cui presto o tardi si deve tornare. Ed ecco un’altra nota dolorosa. Chiudiamo gli occhi e pensiamo alla resistenza: vedremo falci e martelli, sfilate di partigiani avvolti in bandiere rosse e ormai traballanti, assoceremo “bella ciao” all’Internazionale. Una cosa terribile. Non perché il comunismo italiano non possa rivendicare un ruolo essenziale nella lotta italiana per la libertà, ma perché oggi, purtroppo, solo chi si riconosce in questi ideali celebra realmente questo giorno. La festa della liberazione non fu la vittoria della sinistra, fu la vittoria di un popolo che uscì da una guerra civile portando in mano lo scalpo della dittatura. La gente lo urlava infervorata, l’anima lo gridava: democrazia. La liberazione fu questa, insieme a molte altre cose. Ridurla a una semplice manifestazione di parte fa piangere il cuore. E la colpa non è di chi la celebra, ma di chi l’ha dimenticata. Il 25 aprile ha segnato la fine di una delle pagine più nere della storia della nostra penisola, ed oggi le giovani generazioni – tra cui la mia – balbettano nel raccontarla. Si affidano a luoghi comuni, parole di circostanza. Tantomeno hanno la curiosità per tentare di riallacciare il filo con la storia del proprio popolo. Siamo cittadini del mondo ma non abbiamo una casa, facciamo parte di una storia globale ma ci dimentichiamo la nostra. Non è una rivendicazione nostalgica o reazionaria, è una considerazione sociologica: l’Italia è avanzata, dall’illuminismo in poi, sotto l’impulso di una sola generazione: quella dei vent’enni e dei trent’enni. Mentre il potere era detenuto dagli adulti (quelli veri), erano i ragazzi e le ragazze a sognare di cambiare la propria vita, sfidando anche la morte. C’erano loro a formare l’Italia unita, a marciare su Roma, a morire sui monti per la libertà, a lottare nelle piazze e nelle università negli anni sessanta e settanta. Sangue giovane, pieno di ideali, a volte spazzato via, a volte disilluso molti anni dopo, ma che scrisse la sua pagina nel libro della vita. Una generazione senza radici non ha futuro. Perché se non è in grado di riconoscersi, di autodeterminarsi, se nemmeno si pone il problema, tantomeno sentirà il bisogno di cambiare. Si cambia qualcosa che si comprende e che si rifiuta, solo così ci si apre al futuro. E il futuro, da Eraclito in poi, è divenire. Qual è oggi la nuova resistenza? E’ la domanda più bella che ci si possa porre durante questo giorno. Il problema sono le risposte: banali, inespressive, stupide. Forse la resistenza per i vent’enni di oggi è non dimenticarsi chi sono e da dove vengono. Si parte sempre dall’alfabeto per scrivere il romanzo che è la propria esistenza, individuale e collettiva.

Alessandro Cillario

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