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Lollapalooza Argentina – Live Report

Lollapalooza 2014 - Live Report

Lollapalooza 2014 - Live Report Almeno 20 km percorsi a piedi, Quasi più 40 ore in piedi, più di 10 salti in successione, 20 bottigliette d’acqua, 8 pepsi-cola, svariati hot dogs (o super panchos come li chiamano qui), 1 kg perso (ad occhio e croce), 3 magliette, un paio di scarpe e moltissimi brividi.

Bolettino di Guerra?

No, al contrario, questo è il risultato della due giorni al Lollapalooza, festival di caratura internazionale che si è svolto l’1 e il 2 Aprile scorso a Buenos Aires. Più di 50 bands si sono alternate su più stages davanti a più di 150 mila persone. Un plauso va senza dubbio all’organizzazione che ha saputo organizzare, senza macchie, qui in Latino America un evento dal grande profilo artistico. Di fatto non sono solamente rimasto colpito dalla grande scelta musicale proposta,  ma sopratutto dallo spazio di condivisione d’idee per “grandi e piccini”.

Tantissime erano le famiglie grazie allo spazio riservato ai kids (una sorta di spazio ricreativo dove lasciare i bimbi in compagnia d’educatori) e tantissime altre erano, ad esempio, le iniziative rivolte all’ambiente e al tema del riciclo. No, se ci fosse stato tutto questo contorno, la proposta sarebbe stata si di grande spessore ma non si sarebbe differenziato dalle decine e decine di proposte sparse in tutto il mondo.

Tralasciando la comunità di persone (oramai era come sentirsi a casa, quasi quasi ci si riconosceva) che ha solcato il terreno dell’Ippodromo di San isidro (piccolo centro in provincia), veniamo alla buona musica che proverò a sintetizzare in un commento essenziale:

Lollapalooza 2014 - Live Report

Day 1:

Flume: Grande era la mia attesa ed aspettativa nei confronti dell’australiano e la sua musica non ha tradito le attese. Sotto al sole cocente delle 16 un manipolo abbastanza folto di giovanotti ha saltato, cantato, sudato sulle note del giovanotto. House (le sue origini), Future Garage, Dubstep sono solo alcune delle influenze che più colpiscono del suo set live (con tanto di batteria elettronica e propria voce) rendendo la miscela del suo repertorio migliore, nuovo e più classico, una miscela espolosiva.

Julian Casablancas: La curiosità era tanta, lo ammetto, e il giovanotto forse è stato il più deludente. Non tanto per il suo spirito carismatico ( simpatica la sortita sul palco durante l’esibizione degli Arcade Fire), ma per il poco tempo speso in musica. Molta scena e poca musica. Il prodotto proposto è fiacco, a parte qualcosina, e troppo rilvolto ad un pubblico hipster ( il gruppo sembrava un riproposta dei Kiss sia per Dress Code che per la musica) senza troppe pretese. Unica nota piacevole probabilmente è stata la decina di minuti tributo agli Strokes con il pubblico femminile in completa estasi.

Lorde: Voglio dedicare due righe anche a questa bravissima e bellissima artista. E’ probabilmente la miglior proposta in rampa di lancio che ho ascoltato al festival e dispiace che venga relegata in orario difficile, per i tanti big che si stavano esibendo, soprattutto su un palco abbastanza angolare. Nonostante ciò sono riuscito ad ascoltare un venti minuti della sua proposta artistica che ha confermato la sensazione che avevo di questa cantante “from Auckland”: Ne sentiremo parlare per molto tempo.

Phoenix: Sul podio personale della due giorni di Festival. Si questo gruppetto di francesi che oramai tutti danno per spacciati ha saputo tirar fuori un live di sostanza, rotodo nella sua completezza musicale.

Hanno saputo proporre momenti di grandi classici alternati con proposte nuove e ben inserite nell’onda elettronica che sta colpendo, in questo momento storico, il mondo della musica.

Uno show fantastico che ha perso il primo e secondo posto solo ed esclusivamente perché per gusto personale ho incontrato proposte più vicine a me.

Kid Cudi: In alto le mani. Non riceve la medaglia del primo posto ma si insedia sicuramente sul podio personale, al secondo posto. Uno show all’americana ma di sostanza. Si notano le influenze derivanti dalla sua spropositata conoscenza musicale che non si è fermata, come per molti del suo mondo, alla solita roba “vista e stravista”. Espressività facciale e canora che hanno fatto saltare il pubblico, americano e non, fino alla fine concludendosi con un applauso lungo e sentito. Un momento che non scorderò facilmente.

P.S: Magnifica la propoganda politica e sociale con il quale ha condito il live e il visual con immagini di rivolte studetesche in Italia (a volte è sembrato pure d’intravedere Bologna).

Arcade Fire: Main group della prima giornata che ha incantanto la folla con le proprie influenze indie/alternative rock. Il gruppo canadese, senza troppa fatica, ha mescolato vecchi classici e nuove proposte (Reflektor, 2013) facendo innamorare il pubblico latino americano. La scena viene tenuta molto bene e molto concretamente si candidano per essere una proposta duratura e di grandissimo successo.

Personalmente non sono un grande fan della loro linea melodica ma devo riconoscere che il prodotto è valido e di grande concretezza.

Lollapalooza 2014 - Live Report

Day 2:

Jovanotti: Beh, a dispetto dei santi, bisogna spezzare una lancia enorme per questo nostro prodotto di casa. Era la seconda volta che lo riascoltavo qui a Buenos Aires e il “ragazzo”, quasi 50 anni, ha fatto innamorare la folla che era li ad attenderlo alle 3 del pomeriggio. Molti italiani ma moltissimi argentini che lo acclamavano soprattutto per la sua energia e simpatia che per questo gli regala applausi scroscianti a fine concerto. Se l’organizzazione l’ha messo nel Main Stage, seppure al pomeriggio, qualcosa di buono il ragazzo l’avrà fatto….. e anche questa volta l’ha confermato.

Ellie Goulding: Ero veramente curioso d’ascoltare questa “quasi coetanea”. Non ho potuto concludere il suo concerto ma quella mezz’ora abbondante è stata, come la definerei”, simpatica. Si simpatica per il personaggio e perché, in fin dei conti, qualcosa della sua proposta l’ho cantata anche io (ma non ditelo troppo in giro, eh).

Vampire Weekend: Eccoci finalmente a svelare chi ha vinto la “palma d’oro” del Festival. Non mi divertivo cosi probabilmente dall’ultimo concerto de I Cani (primo album). Bella proposta, bella personalità e pubblico in delirio. Un indie rock nuovo, fresco, allegro in tutte le sue sfaccettature che, a mio parere, regalerà moltissime soddisfazioni a questi ragazzi americani. Io credo che abbiano le carte in tavola per diventare i Nuovi Phoenix. Anzi, si. Sono proprio i nuovi Phoenix.

(Stessa scaletta solo pochi giorni prima a Santiago del Cile)

The Bloody Betroots: Nel lontano 2011 (quando avevo un’altra resistenza al live) avevo assistito al loro live con i Death 77 ed ero rimasto piacevolmente colpito dalla proposta, lontana dal mio gusto ma pur sempre piacevole. Questa volta, anche se relegati su uno stage laterale, rinnovo ancor di più i complimenti per questi ragazzi, prodotti di casa anch’essi, che nonostante le continue critiche che gli arrivano sanno proporre un prodotto divertente e al passo con i tempi. Ok, qualche grande classico c’è sempre, ma la cosa che stupisce è la quantità di parte strumentale presente nel live. Batterie, synth, chitarre, pur sempre distorte, che regalano un’ora di grande spasso alla faccia degli haters.

Simpatico è anche il siparietto country blues, sempre distorto, ed un plauso particolarmente va al tecnico di palco che insegue Sir Bob per il cambio strumento alla fine di ogni canzone. Eh Sir Bob? Beh Sir Bob si vede che è diventato un musicista concreto e credo che l’esperienza sanremese gli ha regalato quella consapevolezza per crescere, in questo mondo, sempre di più.

Red Hot Chilli Peppers: Beh qui non mi azzardo a dare nessun giudizio. Mi limito a segnalare la grandezza di Chad Smith, tra i migliori al mondo o forse il miglior batterista in circolazione, e la simpatia oltre che la bravura di Flea, il bassista. Del resto erano il gruppo più atteso e hanno espresso il loro repertorio dinnanzi ad una folla oceanica per quasi due ore regalando un finale “con i botti” al festival Lollapalooza.

Nota A Margine: Purtroppo i grandi appuntamenti come i Festival, presuppongono una scelta e questo porta quindi ad una successiva esclusione di altre proposte valide o probabilmente migliori, ma questo fa parte del gioco. Nine Inch Nails, Soundgarde, New Order, Nairobi sono solo alcune delle proposte verso il quale non posso esprimermi o per mancanza di tempo o perché semplicemente ho ascoltato troppo poco per farmi un’idea. Grandissimi anche i visuals che hanno colorato i tanti palchi sparsi per l’ippodromo, elemento non così scontato perché credo che non sia facile far un buon lavoro in un contesto dove il visual forse non sia così richiesto e atteso.

Nel complesso comunque festival da 9. Perché non 10? Mancava Micheal Jackson.

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