Cinema, Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#49

Normale non vuol dire giusto#49

Normale non vuol dire giusto#49La Grande Bellezza vince l’Oscar come miglior film straniero. Ma in Italia si fa la gara a chi, di questo film, ci ha capito di meno. La superficialità si è insinuata nella coscienza collettiva a tal punto che molti lo applaudono senza nemmeno averlo visto. Non si contano i commenti di chi crede che Sorrentino celebri la bellezza dell’Italia di oggi. Dispiace deludere i meno accorti e curiosi, ma esiste un solo termine in grado di descrivere questa pellicola che possiede il raro fascino di saper attrarre gli opposti: decadenza. Nella sua accezione più profonda ed emozionale. L’esondante splendore della città eterna che si contrappone all’insignificante esistenza di chi la abita. Non ci sono la grandezza dell’Italia e il valore degli italiani, sopravvivono solo la malinconia e la rassegnazione per il popolo che siamo diventati, e che l’alta borghesia romana, condita con un pizzico di nobiltà, rappresenta. Un popolo divenuto egoista, che si aggrappa a ironia e sarcasmo per non precipitare nel baratro dell’oblio. Uomini e donne vanitosi. Non si accorgono dell’arte, della storia, della bellezza che li circondano. La lasciano scorrere al loro fianco, senza accorgersi della sua grandezza, come nelle lunghe passeggiate pomeridiane del protagonista. Chi ha il pane non ha i denti. In questo film, come nella nostra Italia, ci sono due mondi impermeabili ed accoppiati: da una parte le vite dei personaggi, dall’altra la città dei Cesari e dei Papi. Non si parlano, né tantomeno si capiscono. Solo il cinismo di Jap Gambardella sembra riuscire a descrivere lo stallo in cui gli italiani vivono, la vanità e la noncuranza che li possiedono, trasformandoli lentamente in fantasmi, incapaci di dare un qualsiasi significato alla propria esistenza. E’ questa la decadenza della penisola che da sola ha scritto un terzo della storia (chi ne dubita, ascolti il discorso di Roberto Benigni al parlamento europeo). Agli Oscar non poteva mancare il premio per la migliore attrice protagonista. Ha vinto, meritatamente, Cate Blanchett. Forse, però, c’è stato un errore. Protagonista del film di Sorrentino non è Toni Servillo, è Roma, con la sua esagerata, incomprensibile, vertiginosa eleganza. L’unica vera Grande Bellezza, noncurante di ciò che accade ai mortali, lascia scorrere le storie di Jap e compagni. Quante vite sono passate fra le sue strade. Passioni, odi, speranze, suicidi, vanità, amori, soldati, religioni, invidie, arti, leggende l’hanno attraversata nei secoli. “La Grande Bellezza” la celebra e le presenta quello che oggi stiamo diventando. Un popolo sempre più arido, in cui la povertà umana e culturale (molto prima che economica) è solo il segno premonitore del nulla che avanza senza sosta. Ma Roma – così come l’Italia e il suo potenziale – è paziente. E’ la stessa città che oggi rischia il default, ma che, giustamente, non sa cosa voglia dire. Nemmeno le interessa, perché sarà lì ad aspettare la prossima generazione, sperando che sia degna di lei. Magari fosse la nostra.

Alessandro Cillario

2 Comments

  1. Giovanni says

    Da patetico ritardatario l’ho visto stasera il film. Sono osservazioni drammaticamente vere. Ma la Grande bellezza non è solo nella città eterna. Credo si sia manifestata anche in (poche) altre occasioni della vita, sporadiche (la vista su Roma e i fenicotteri, guardare il mare sul soffitto con Ramona…). O forse mi piace credere che fosse Bellezza.
    Come può un paese salvarsi, se i suoi abitanti sono refrattari ai suoi talenti?

    Bell’articolo. Ciao🙂

  2. Io dietro tutti questi commenti contro il film percepisco un po’ troppo intellettualismo con un pizzico di hipsteria, dove andare contro il mainstream è un orgasmo inappagabile, figuriamoci contro un vincitore di Oscar.
    Tornando a “La grande bellezza”, la decadenza italiana sta proprio nell’impossibilità, da parte nostra, di godere dei successi altrui. E con questo non voglio insinuare che non sia giusto criticare, ma sono un estimatore delle critiche costruttive, e pur senza mettere in dubbio le tue conoscenze in ambito cinematografico, nel tuo post, di costruttivo, non c’ho visto proprio niente.
    Nella mia analisi del film a cui, tutti questi commenti, mi hanno portato a riflettere, ho percepito due grandi famiglie di persone: gli illusi sognatori e degli intellettuali cinici
    Gambardella è l’intellettuale cinico, un’esteta contemporaneo. Una persona troppo profonda e sensibile per “stare al mondo”. È consapevole della inutilità della vita dell’uomo, dell’assenza di uno scopo ma questo non gli impedisce di godersela, sebbene mai veramente appieno, in quanto perennemente insoddisfatto.
    E poi gli illusi sognatori, vedi Romano, che scappa, e scappando dimostra di essere uno che in fondo ancora ci crede, uno che pensa ancora di farcela in questa vita.
    Gambardella invece ha già perso, sa di essere uno sconfitto e sa che tutti gli altri periranno prima o poi. Secondo me il vero sensibile è Gambardella e non gli altri.
    La Grande Bellezza (quella vera, non il titolo del film) è questa: l’impossibilità dell’uomo di andare d’accordo con i suoi simili, di apprezzare ciò che ha e di gioire per le fortune altrui.

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