Altrimondi, Editoriale
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La chiesa fuori dal villaggio

La chiesa fuori dal villaggio

La chiesa fuori dal villaggio Togliamo la chiesa dal centro del villaggio (scusa Rudi ma a sto giro ci azzecca benissimo). Accendiamo la televisione e apriamo un qualsiasi quotidiano sul web o in carta stampata. Qualcuno si schiera facendo proclami, altri invece restano impassibili sulle loro supposizioni (non le definirei opinioni). L’omosessualità in Italia non è un problema. Parole al miele volano in salotti televisivi, basti pensare a quanto è divertente vedere una persona come Anna Paolo Concia ricevere applausi per le sue affermazioni, oppure alla grande contro informazione fatta da Le Iene con Vladimir Luxuria mandata in Russia con una bandiera arcobaleno. Insomma, il business è diventato notevole. Badata bene, qui non si parla di lobby gay, quelli son discorsi post grillini non particolarmente stimolanti e illuminati. L’argomento vende e in un momento storico dove la televisione è divenuta ancor più importante di quello che ci vogliono far credere i blog con i powerblogger dalle inserzioni strapagate, si rischia di aggirare il reale problema della questione ovvero la percezione dell’omosessualità nella vita quotidiana.

Ma per me si possono pur sposare basta che stiano a casa loro” – già, quante volte abbiamo sentito questa frase seguita o accompagnata da – “alla fine son brave persone”. Su Internet poi si leggono anche commenti del tipo -“son persone colorate e allegre” – “certo non lascerei mai mio figlio in mano loro però se vogliono fare le loro cose”.  Ne mancherebbero altre ma come biasimarli? Vengono travolti dalla dicotomia omosessuale = colore, o in alcuni casi gay pride = carri da carnevale e travestiti che ballano. Per forza di cose, con una sovrastruttura che regala certe emozioni, la persona x si apre al diverso (che poi diverso in sostanza non è) e lo limita a: coppie di serie A e coppie di serie B (a casa loro), sessualità di serie A e sessualità di serie B (colorata), matrimoni di serie A e matrimoni di serie B (travestiti che ballano). Ad esempio, il disegno di Legge Scalfarotto (leggetelo tutto qui se avete voglia) è la perfetta immagine di come un gruppo di persone x non abbia capito nulla del punto della questione, ma bensì avesse voglia di ottenere qualche apprezzamento da La Repubblica per l’incredibile battaglia vinta. Non un progresso ma un regresso continuo. Una sorta di brodino figlio di una mediazione fra persone che fingono di esser interessate e persone a cui non frega un cazzo dell’argomento. Insomma, la soluzione è molto più semplice e non la si racconta con una buona proposta politica, ma con un profondo allontanamento da tutto quello che ci ha circondato in questi anni. In fondo nella repubblica del siamo un poco più soli, non eravamo mai stati cosi vicini. Le cose si facciano, senza dover raccogliere il consenso dei quotidiani e nemmeno il benestare da chissà quale organizzazione/ente. Che poi in fondo a chi cazzo interessa se due persone dello stesso sesso si sposano o nella migliore delle ipotesi adottano un figlio? La percezione potrebbe cambiare, bypassando la rete d’interessi che si aggira dietro tutto questo. E poi ve lo immaginate, Barbara D’Urso che torna a parlare dei concorrenti del Grande Fratello nel suo programma su Canale 5, Giletti che torna a ospitare Di Pietro, Povia che torna a cantare Luca era gay, La Repubblica che torna a fare giornalismo e non propaganda?

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