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W/ I Quartieri

I Quartieri w/Collettivo HMCF

I Quartieri w/Collettivo HMCFUscito sul finire del 2013 dopo tre anni dall’esordio, Zeno è uno dei dischi più importanti ascoltati da qualche tempo. Rilasciato da 42 Records, contiene 9 tracce vicine ma non per forza limitate al rock e con una semplicità unica racconta il cambiamento e il lento processo di crescita. I Quartieri non si sono adeguati, hanno scelto la linea editoriale di Carver e mantenuto una certa narrativa durante il loro percorso. Prima di leggere l’intervista, cliccate play qui e ascoltatevi l’ultimo lavoro per intero.

Tre anni dopo l’EP. Tre anni dopo un esordio discografico. Tre anni, teoricamente sono tanti, però il risultato personalmente è davvero piacevole. In questi tre anni cosa è cambiato ne “I Quartieri”? 

Innanzitutto la band è cresciuta ed è passata attraverso diversi cambi di formazione. Da un paio d’anni circa abbiamo raggiunto il quartetto definitivo e nel frattempo siamo stati impegnati in numerosi live. Questo ha cambiato l’identità del progetto verso la dimensione di gruppo vero e proprio, cosa che abbiamo sempre cercato.

Il disco dove nasce ma soprattutto come si sviluppa? 

Ho scritto i brani e preparato i provini con il computer, in una seconda fase le canzoni sono state arrangiate e trasformate in sala con la band. Avevamo 12 canzoni, ne abbiamo registrate undici e scartate due che non ci convincevano. Ne sono rimasti nove.  E’ stato prodotto interamente da noi. Abbiamo passato una settimana in studio da soli e poi abbiamo passato la palla a Giacomo Fiorenza che lo ha mixato e poi masterizzato con Andrea Suriani a Bologna. 

Dischi, libri, programmi televisivi e viaggi che hanno ispirato questo lavoro. 

Programmi televisivi nessuno direi, dischi tanti e belli: Grizzly Bear, Little Dragon, The Good The Bad and the Queen, Tv on the Radio, After the Gold Rush di Neil Young, e molti altri ancora. Ci sono anche i libri, ma come per tutto il resto delle influenze è difficile collocarli in un momento particolare della scrittura di una canzone: li leggi e si sedimentano nel tuo immaginario, poi spuntano fuori e neanche te ne rendi conto. Jonathan Franzen è un autore molto presente nei temi di Zeno, ma anche Raymond Carver, Calvino, Buzzati, e naturalmente Svevo. Per quanto riguarda i film il discorso è lo stesso, siamo tutti appassionati di cinema, e due di noi lo fanno per mestiere. Andiamo spesso al cinema insieme, e ci regaliamo dvd. Per il mio compleanno ho ricevuto dai ragazzi Inland Empire (Lynch), Niente da nascondere (Haneke) e Let’s get lost, un bellissimo documentario su Chet Baker. Personalmente mi piace moltissimo Paul Thomas Anderson. Ma anche con i film, è difficile poi ritrovarli con precisione nelle cose che fai, tornano a galla quando è il momento.

E Roma? Roma quanto ha inciso nel vostro percorso? Ma soprattutto come sta Roma? 

Roma incide su tutto quello che fai senza per forza lasciare un segno riconoscibile nelle opere. E’ una città che sta vivendo un momento di grande vitalità ed entusiasmo, e intorno a noi vediamo molta voglia di fare. Ovviamente ci riferiamo soprattutto al fermento musicale che ci circonda, che è quello che osserviamo più da vicino. Ci sono tantissimi locali, concerti e iniziative ed è impossibile stare dietro a tutto quello che accade. Qui abbiamo uno splendido rapporto con il nostro pubblico, che ci segue con tanto affetto e al quale siamo molto riconoscenti e affezionati. Ora per noi la vera sfida è conquistare il pubblico anche fuori casa.

Pare demenziale chiederlo dopo un lavoro come “Zeno” ma cosa dovreste migliorare? 

Non c’è niente di demenziale in questa domanda, anzi. Ci sono tantissime cose in cui dobbiamo migliorare, che capiamo giorno dopo giorno. Ci teniamo continuamente sotto osservazione e siamo molto autocritici, a volte anche troppo, ma è il modo più naturale per noi di vivere la musica. Poi è più facile per noi sapere cosa non fare, e con l’esperienza acquisita fino ad ora abbiamo le idee più chiare. Stiamo scrivendo materiale nuovo, e ci accorgiamo che prendiamo decisioni più nette e riconoscibili. Meno nascoste. Cerchiamo canzoni più coraggiose. Poi vogliamo migliorare come esecutori, per noi è importante. 

Da Ottobre, Circolo degli Artisti in Roma con il Release Party ad oggi, è cambiata la percezione del pubblico verso la vostra musica? 

Possiamo dirti che ci accorgiamo di quanto sia variegato il nostro pubblico. Le persone che si rivolgono a noi sono molto spontanee e sincere. La cosa che ci rende orgogliosi e che ci da sostegno è il contatto emotivo che si instaura durante un concerto. Alzi gli occhi dalla chitarra e vedi delle persone collegate emotivamente a te. Il concerto lo fa la band, ma se il pubblico partecipa, si suona meglio e si vive la cosa più intensamente. Se la percezione della nostra musica da parte della gente è cambiata non lo so. Dovresti chiederlo a loro. Noi ricordiamo bene la serata a Circolo. Il locale era pieno e la gente era felice. E’ stato uno dei concerti più belli della nostra storia, forse il più bello per ora. 

Il problema principale della cultura musicale in Italia sembra (a furor di popolo) il rapporto con le istituzioni, vedi burocrazia/SIAE per intenderci. Io non ci credo molto, credo che la questione sia molto più difficile e la colpa non è limitata a qualcuno. Voi cosa ne pensate? 

Questa è una domanda complessa e tocca tante sfere del fare musica nel nostro paese. Quella economica, quella culturale, istituzionale e sociale. Di sicuro la musica  è un’attività difficile da portare avanti senza molti sforzi e dedizione. La percezione è che tutte le persone coinvolte in questo meccanismo che è la musica in Italia, al di fuori certe realtà molto grandi, siano un po’ sole e debbano inventarsi sempre un modo per sopravvivere. Le istituzioni, se vogliamo chiamarle così, non sono di grande aiuto per quello che vedo, per pigrizia e miopia a mio avviso. Esci la sera, entri in un locale e c’è un gruppo che suona, magari davanti a molte persone, e lo fa da anni: tutto questo l’istituzione lo ignora, davvero. Non credo e non voglio illudermi che un giorno avremmo sovvenzioni o assegni da artisti e previdenza sociale, anche perché potrebbe darebbe adito a molti cialtroni di lucrarci sopra (come già accade del resto). I bandi, i finanziamenti ai progetti regionali ecc…chi controlla che queste iniziative portino davvero del bene alla società musicale vera e propria? Mi fa piacere scoprire che la Puglia ha aiutato in senso davvero pratico molti musicisti a produrre i propri dischi, mettendoci i soldi per lo studio e pagando i furgoni per il tour: questo è sostegno delle istituzioni, qualcosa di molto pratico. La Siae poi è una realtà impermeabile. Qui a Roma c’è un palazzo di 5 piani. Anche dentro quegli uffici ci sono persone e posizioni diverse. C’è ovunque un malcontento e una tensione per il miglioramento, dentro la stessa Siae, ma sono percorsi lenti e tortuosi, tonnellate di riunioni e carte. Sono anni che cercano di digitalizzare i bollettini per depositare i brani, e ancora non ci riescono. E noi aspettiamo. Non so se ho detto qualcosa di sensato in queste righe…I problemi sono anche da questa parte della barricata: i favoritismi, le amicizie e le correnti esistono anche nel circuito indipendente. Ora, ci vorrebbero anni per giungere a conclusione di questo discorso. Io ho un sogno: domani mi sveglio e accendo la radio, e ascolto musica bella, di qualunque genere e provenienza, ma bella e meritevole di attenzione, poi la sera vado a un concerto e trovo band buone e meritevoli, il giorno dopo vado in un negozio e trovo il loro disco e lo compro. Se si desse la priorità alle cose belle e buone, tutto tenderebbe a migliorare in maniera fisiologica.

“Con la cultura non si mangia” oppure coglioniNO o ancor meglio, esiste una terza via in questa guerra medievale fatta da attitudini? 

Hai ragione, è una guerra medioevale fatta di attitudini. Altra domandina facile facile. La risposta è collegata a quella di prima. Ovvero, riconoscere il valore dell’operato di alcune categorie. Dare un valore sociale ed economico alle opere artistiche. Spari sulla croce rossa. I coglioni non sono i creativi o come li vuoi chiamare. I coglioni sono coloro i quali non si accorgono di quanta ricchezza potrebbe generare l’utilizzo virtuoso dei talenti artistici che vivono nei nostri confini, e non solo. Non voglio perdere tempo per parlare dei vari wanna be, o dei presunti artisti. Ci vuole poco a distinguere quelli bravi dai bluff con la laurea, se davvero li vuoi distinguere. Prendi la metro a Roma, stanno aprendo nuove stazioni. E allora selezioni un gruppo di artisti, i migliori, i più bravi, e dai loro la responsabilità di rendere una semplice stazione metro una bellissima stazione metro, e li paghi bene, dal momento che per i lavori della metro sono spariti milioni di euro per magia. Non è vero che non ci sono risorse, e non è vero che non c’è offerta. L’offerta la crei e la inventi, se sei consapevole del ritorno che può generare. Sembra semplicistico, forse lo è, ma ci vuole poco. Il nostro paese vive di un’eredità importantissima, e la gente che viene quì ne apprezza la potenza e ci porta denaro. Questo perché qualcuno in passato, i papi, i principi o chi per loro, hanno compreso questo banale meccanismo, e hanno generato offerta. La selezione dei talenti poi avviene in maniera naturale, quando dall’alto si riconoscono la qualità, in basso i fanatici velleitari artistoidi si defilano con la coda tra le gambe. Se è vero che esiste un esubero di creativi o presunti tali, è anche perché nessuno pone una soglia distinguibile tra qualità e non. Questo genera l’appiattimento della categoria, la confusione, se non ci sono coordinate e parametri condivisi. Parlo strettamente del mondo dell’arte, o come lo vuoi chiamare. Ma se guardi altrove ti accorgi che questa dinamica coinvolge tutte le categorie professionali, perché ci sono più ingegneri iscritti all’albo che ingegneri occupati, più avvocati che cause, più professori che cattedre. Dobbiamo smetterla di flagellarci e ritenerci immeritevoli di dignità e attenzione. Se sei un regista e ti chiedono di girare una pubblicità senza una paga adeguata, se lo fai e ti consideri anche fortunato: c’è qualcosa che non va.

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