Interviste, Musica Italiana
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Altre di B intervista

Altre di B intervistaDevo dire che non sono super partes. Con le Altre di B condivido un’amicizia che va avanti da ormai sette anni. Da quando ci siamo incontrati al soundcheck di un concerto di Radio-Utopia in cui dovevamo suonare entrambi. Autunno del 2006.

Non so bene secondo quale dinamica, però abbiamo cominciato a suonare sempre assieme. Molto spesso era un caso, ci chiamavano gli stessi posti. Poi però abbiamo cominciato a chiamarci a vicenda, perché era una situazione idilliaca tutto sommato: passavi il pomeriggio insieme agli amici, suonavi e stavi bene. Giacomo Gelati che urla “Dajene!” durante i nostri concerti  è una cosa che mi porterò dentro per sempre. La volontà di fare questa intervista nasce spontanea, come quando ti incontri con un amico che non vedi da tanto per un caffè. Ci si racconta come va, come procede.

Ed è un’ottima occasione per parlare di musica. Sarebbe potuta durare ore questa chiacchierata.

E’ una cosa che mi è sempre passata per la testa. E forse è la causa della poca visibilità che certi artisti hanno all’estero. Quanto incide una pronuncia inglese per un gruppo che suona, diciamo, negli Usa? Come reagisce lo statunitense un po’ radical al gruppo italiano, pizza spaghetti e mandolino?

E’ una domanda molto interessante alla quale noialtri abbiamo prestato non poca attenzione nella produzione del secondo disco. La pronuncia è fondamentale per la credibilità di un gruppo, il che non vuol dire affatto imitare o fare la macchietta; anche Damon Albarn diceva anni fa che erano ridicole le band inglesi che provavano ad imitare il cockney. La cura grammaticale e linguistica è fondamentale e nel secondo disco abbiamo deciso di lavorare con un madrelingua. Ma ripeto. Non per assomigliare ad un inglese, ma semplicemente per sembrare più credibile. Ed ecco fatto. Il primo disco non è stato così e un po’ me ne sono pentito. Si sente la differenza

A proposito di differenze. Il primo disco era una raccolta. Si può dire che siete partiti con un “greatest hit”, molti brani nascono quando sono nate le Altre di B; quindi è naturale che fossero meno studiate: c’è tanto sudore e poca strategia. Tanta voglia di mantenerle fedeli all’originale. Tra poco uscite con un “concept” dedicato allo sport. E il concept è un po’ l’antitesi dell’immediatezza. Quanto è cambiato il vostro approccio alla scrittura negli ultimi anni?

Assolutamente sì, il primo disco era una raccolta, un modo per dire “Bene, questo è quello che abbiamo fatto in questi anni. Diamogli un senso”. Anche se un senso logico non c’era, a conti fatti. Ce ne usciamo tra poco con un lavoro a lungo studiato che racchiude un processo di scrittura totalmente differente rispetto al primo disco. Abbiamo deciso di mettere le parole, il testo, prima di ogni altra cosa. Conosci bene le difficoltà del cantare in inglese qui in Italia, ma questa cosa non ci ha frenati in nessun modo. Avevamo, prima di tutto, voglia di raccontare una serie di storie con un filo comune, quello dell’impopolarità, che non vuol dire necessariamente serie B. Impopolare è tutto ciò che la gente ignora. Ma lo sport è lo specchio della vita e “Sport” sarà il nostro punto di vista in materia. Un po’ come i Monty Pyton con “Il senso della vita.

Diciamo che l’aspetto musicale è arrivato dopo il testo, ma anche lì abbiamo lavorato a lungo. Abbiamo osato un po’ a livello di arrangiamenti, la storia degli Arctic Monkeys di Bologna ci ha un po’ rotto le palle. E questo è avvenuto perché, prima di tutto, sono cambiati gli ascolti.

E’ un discorso atipico per chi suona indie rock (sì può ancora dire indie rock?). E’ più comune nel folk. L’intento di raccontare storie, di dare peso alle parole. Avete un rapporto piuttosto stretto con la letteratura. Me ne parli un poco?

Sì, è così, la letteratura è un universo sfaccettato e ricchissimo dal quale prendiamo molto. E con letteratura non mi limito al romanzo in senso stretto, letteratura è anche giornali, fanzine, riviste. C’è un mucchio di roba interessante. Al liceo siamo stati educati alla lettura, la professoressa di italiano ci ha in qualche modo cambiato la vita, ci ha suggerito una strada che poi abbiamo preso. Giovanni al tempo leggeva Jonathan Coe, Andrea si è sparato tutto Salinger che è molto più del solo “Il Giovane Holden” e io, malgrado un po’ di ripudio iniziale, ho intrapreso le vie di Murakami. Tutti e tre questi scrittori hanno qualcosa che li accomuna, una spiccata vena descrittiva al limite dell’essenziale, del minimale. Dicono ciò che vedono senza troppo balbettare. Questa cosa ci ha permesso di scrivere le nostre canzoni. E musica e letteratura sono due mondi che si alimentano vicendevolmente. C’è un mucchio di roba che vorremmo scrivere ancora, ma preferiamo raccoglierla in un altro lavoro

Ecco, lavori futuri. Nelle interviste vi chiedono sempre chi siete, da dove arrivate e qual’è l’origine del nome. Ma siccome ho una certa età e sempre più spesso mi chiedo dove sto andando e perché, giro la domanda a voi: le Altre di B, dove stanno andando e perchè? C’è un piano oppure certe cose è bello mantenerle così, “pure” come i giochi?

Anche noi stiamo crescendo e iniziamo a riflettere su questioni che fino ad ora abbiamo ignorato, beata giovinezza. Stiamo finendo l’università e ci stiamo inserendo nel mondo del lavoro, nodo cruciale dell’argomento. Ne vale la pena di continuare a farsi il culo, di suonare a-più-non-posso nella speranza che qualcosa cambi? Possiamo effettivamente camparci, o sperare di camparci in futuro? Questo ce lo domandiamo spesso e finisce sempre così: noi che carichiamo la macchina, andiamo a suonare e ci divertiamo come dei matti. Non so se vale come risposta, ma in qualche modo lo è.

Un piano non c’è, ci sono solo tante idee che aspettano di essere musicate perché in fin dei conti è quello che ci interessa. Abbiamo una bozza di terzo disco che ci fa molto ridere. Un concept sul comfort.

Avete mai pensato di andare all’estero per uscire un po’ dalla logica italiana? Logica italiana del dove c’è cultura non si mangia

Dopo le esperienze dello Sziget e di New York, la risposta è sì. Ma, ripeto, non credo ci sia un reale interesse nostro per farne una carriera, perché le carriere lunghe si logorano e hanno bisogno di ossigeno, di ristrutturazioni. Ci piace fare il massimo per un disco, ma poi prenderci le nostre pause, come è stato in tutti questi anni. Ci piacerebbe provare l’estero, ma non perché le cose siano migliori fuori che qui. Semplicemente, fuori si ha l’impressione che la gente abbia voglia di ascoltarti. Da noi, e parlo soprattutto dei gruppi che vanno a vedere altri gruppi, c’è la cultura del “Ok, vengo al tuo concerto, ma ti farò pesare ogni tuo errore. Dio mio che concerto di merda. Dio mio che raccomandati. Fanno pena e guarda dove suonano”. Mi chiedo, che senso ha? All’estero, e ti parlo per la piccola esperienza che abbiamo avuto (non mi sogno di farne un discorso generalizzato), non è così. Si conosce gente, nascono dei rapporti, c’è soprattutto voglia di ascoltare e condividere la musica.

Dovrebbe essere la norma. Ho l’impressione sempre crescente che qui da noi (o là da voi) non è tanto la mancanza di cultura musicale che pesa (non mi rompe se Gigi D’alessio fa ancora musica, liberissimo), quanto il fatto che la musica si accompagna sempre ad “altro”. Un tramite, per pubblicizzare qualche cosa, qualsiasi cosa. Dal blog al locale, dall’etichetta alla webzine. E’ un do ut des, una ricerca di visibilità attraverso la musica. Il risultato è che la musica c’è, ma non la si ascolta. Sono pochi ormai i posti dove vai solo ed esclusivamente per ascoltare musica e non perchè “fa tendenza”.  

E sono altrettanto pochi gli addetti ai lavori veramente appassionati.

Verissimo. L’altra sera parlavamo a Torino con alcuni ragazzi di altri gruppi a proposito di videoclip come strumento indispensabile per attirare l’attenzione dei più. Io non sono del tutto d’accordo, guarda cos’ha fatto ad esempio Lo Stato Sociale con il video girato con l’IPhone: la canzone, la musica viene prima di tutto. Si sta perdendo questa cosa. Dici bene, c’è sempre dell’altro, qualcosa di extra musicale che agisce. Almeno questa è l’impressione generale.

Mi ricordo che quando eravate agli inizi c’era una grande e forte attitudine punk. C’è ancora in quello che fate?

Sì, l’attitudine punk c’è e sempre ci sarà. E sai bene, avendo suonato assieme per anni, che non è necessario fare punk per avere il muso duro e agire di cuore. Ricordo i Copenhagen al Papinsky, una botta di suono, le schitarrate, live adrenalinico.

Sai che ci pensavo ieri mattina? Ai Copenhagen al Papinski,  coi Milkshaker Corporation. E pensavo anche a coloro che avevano lo sbatto di prendere la macchina e venire a sentire dei gruppi stonati e scordati su verso Sasso Marconi in una sera d’inverno con la nebbia fitta. Allora pensavo e lo penso ancora che tutti noi eravamo parte di qualcosa. non saprei dirti bene che cosa, ma lo era.

E’ così. E questa cosa si è persa, a proposito di quel che dicevo sul fatto di giudicare l’artista. Ora ci sono questioni extra che hanno svilito la musica. Ed è triste.

Giacomo, potremmo stare qui a parlare per ore. ti chiedo un’ultima cosa e poi ti lascio. Consigliami un libro e un disco per iniziare decentemente il 2014. 

I Calligrammi di Apollinaire (che sto leggendo or ora) e direi “Oh, Dear!” dei Settlefish (fanno bene alla salute).

(Sospironi per Oh,Dear dei Settlefish). 

Giulio Bonazzi

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