Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#43

Il confronto PD

Il confronto PDRilanciamo il PD per rilanciare il paese. Non c’era bisogno di alcuno sforzo creativo o politico per capire su quale concetto si sarebbero concentrate le attenzioni dei tre candidati alla segreteria. Il cambiamento, a questo punto, non è una proposta, è l’unica salvezza possibile. In cinque anni gli iscritti al partito sono passati da 800.000 a 250.000. Alle ultime elezioni, il PD è riuscito a “non vincere”, regalando l’ennesimo colpo di coda a Berlusconi, e non contento ha tentato il suicidio durante il voto per la Presidenza della Repubblica. Risultati agghiaccianti, che rivelano con quanta superficialità la classe dirigente “democratica” aveva perso di vista la propria “base”. Se esiste un limite al peggio, è stato senz’altro raggiunto. Così ecco l’idea: ripartire dal proprio partito per (ri)conquistare la guida del paese. Due candidati classe 1975, uno 1961. Leggere i programmi dei tre può essere lungo, ma non noioso, lo garantisco. Tuttavia, esiste un trucco per scoprire di che pasta sono fatti i nostri candidati: guardare le loro storie e i loro percorsi. Facendo questo, l’attenzione andrà fissandosi malinconicamente su Gianni Cuperlo. Signori, non c’è niente da fare, è il segretario perfetto. Posato, acuto, attento e progressista. Disposto ad ascoltare e capace di rispondere, preparato ed intellettualmente impeccabile. La persona giusta per ripartire, in grado di imprimere una sana dose di umiltà abilmente miscelata a cauto ottimismo. E’ stimato all’interno del partito, capace di farsi apprezzare. Ha sempre schivato la stampa, pur conoscendone i segreti, non ha mai puntato giornali e telecamere (piuttosto stava loro di fianco, da bravo responsabile della comunicazione). Ed è stato un uomo libero, capace di alzarsi alla direzione nazionale del PD, dopo la sconfitta di Veltroni, chiedendo “un forte ricambio generazionale nella classe dirigente del partito”. Eppure, nonostante questo, chi crede realmente in un centro sinistra progressista e aperto al futuro non potrà votarlo. Il motivo, purtroppo, è presto detto: il problema di Cuperlo è proprio legato alla sua pseudo-perfezione. Non si è candidato, è stato scelto. Scelto proprio da quella classe dirigente che fino a ieri ha portato il Partito Democratico a versare in queste tragiche condizioni, certo non di proposito, ma non per questo scusabile. E’ stato scongelato per l’occasione, pescato da una delle tante camere dell’oblio in cui vengono rinchiusi coloro che un giorno potrebbero tornare utili. Riesumato per l’occasione, incensato come un Papa, poi gettato nella mischia. Se la cava alla grande, ma nonostante questo l’ombra di chi lo sostiene si fa ogni giorno più palpabile. Cuperlo rappresenta l’ultima speranza per la vecchia classe dirigente che ha governato il partito fino ad oggi, l’estremo baluardo, il più progressista di quell’ultima generazione di comunisti che, purtroppo, comunisti lo sono sempre meno. Troppo è il rischio, troppa è la paura che sia una marionetta nelle mani di abili burattinai, che da lustri muovono i fili della politica cercando equilibri e non soluzioni, governando correnti e non paesi. L’Italia e la sinistra non avranno infinite occasioni per rifarsi. Il mondo galoppa, la sfida delle nuove potenze economiche è più reale che mai, la crisi economica è stringente e la scommessa europea è ancora tutta da disegnare, in una partita dove la voce dell’Italia dovrà levarsi alta e sicura nel concerto delle altre grandi – Germania in primis. Anche se invoca il futuro, Cuperlo porta sulle spalle tutto il peso di un passato che deve essere accolto, ma al quale non è più possibile rimanere assuefatti. Ma soprattutto dal quale non si potrà più essere governati. Così rimangono Civati e Renzi, entrambi partiti dalla Leopolda come rottamatori, oggi eretti a simbolo del necessario cambiamento: rappresentano in sé stessi la potenziale bellezza di questo partito che dovrebbe aprirsi a tutti senza dimenticare le proprie radici, mentre per troppo tempo ha aperto le proprie radici, dimenticandosi di tutto. Un primo, grande passo, sarebbe vederli lavorare (di nuovo) insieme, dopo l’8 dicembre, per costruire realmente il PD del futuro. Certo Renzi, in questo momento, è più avanti, sotto tutti i punti di vista: merita realmente di vincere le primarie. Ha il diritto di provare a “cambiare verso” al suo partito, dove quattro anni fa tutti lo evitavano come la peste, mentre oggi si scopre che tutti credevano in lui da sempre, forse da prima ancora che nascesse. Civati rimane, invece, una piacevole incognita nell’equazione, come la variabile di un cromosoma che potrà un domani essere determinante per l’evoluzione della specie. C’è da augurarselo, il Pd avrà anche bisogno di lui.

Alessandro Cillario

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