Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#40

Bill De Blasio

Bill De BlasioL’America rimane, indiscutibilmente, la terra dell’avanguardia. Il valore di un uomo, oltreoceano, si misura dall’efficienza, la sua forza dall’ambizione, la sua grandezza dalle prospettive. Cosa deve aver rappresentato Bill De Blasio per i cittadini di New York, che lo hanno eletto plebiscitariamente centonovesimo sindaco della città? Bill nasce a Manhattan, il centro pulsante della “grande mela”, dove gli occhi sognanti dei suoi nonni materni puntarono lo sguardo, quando all’inizio del ‘900 giunsero dall’Italia, in cerca di fortuna. Due generazioni per trasformare un migrante nel primo cittadino di una città: una lezione che nella nostra amata penisola è ancora lontana dall’essere appresa. Il padre di Bill è un alcolizzato e un tabagista accanito: abbandona il figlio quando ha appena 7 anni, è la madre a crescerlo da sola. Quando di anni ne ha appena 18, il padre prende una pistola e si spara un colpo in testa: il tabacco, che è stato il suo compagno di una vita, lo ha tradito portando con sé un tumore ai polmoni incurabile. Nella tomba, si porta anche il cognome: quattro anni dopo la sua scomparsa Bill sceglie quello della madre. De Blasio. Si applica, studia, fiducioso nei propri mezzi, come solo un americano sa essere. La sua carriera è in crescendo, ma come spesso accade per i leader più carismatici, è la sua vita a parlare per lui. Sposa un’afroamericana, poetessa eccentrica e totalmente estranea ai palazzi del potere; gli darà due figli, Dante e Chiara, sui cui nomi italiani si è spesa nell’ultima settimana tutta la stampa nazionale. Diventa “pubblic advocate” della Città di New York, una figura nota solo alla grande mela: mediatore fra i cittadini e il governo della city, che raccoglie i reclami della gente comune e li porta di fronte al Consiglio per ottenere attenzione, sostegno, giustizia. Nel 2013 interrompe questa sua carriera e si candida a Sindaco. Vince con oltre il 73% dei voti, riportando un Democratico sulla poltrona più importante di New York dopo oltre vent’anni. Valeva la pena raccontare, anche se in poche righe, la storia di Bill De Blasio, l’uomo che ambisce a cambiare la sua città e che per farlo ha trovato forza tra la gente, con una campagna elettorale basata su pochi e concreti punti programmatici. I cittadini cercavano un Robin Hood, che rubasse ai potenti della finanza per restituire alla classe media e medio-bassa, strangolata in una città dai grattacieli troppo alti per poter vedere cosa accade nei quartieri popolari. Anche se, ad essere sinceri, qui non si tratta di furto, per una delle metropoli in cui il salto fra ricchi e poveri è fra i più vertiginosi. Le sue scommesse sono molteplici, il suo vero lavoro – lo dice lui stesso – non è nemmeno iniziato. Ha promesso di rompere le logiche instaurate dal suo predecessore, il miliardario Bloomberg, e dal primo gennaio prossimo dovrà mantenere la parola data. Fino ad allora, ai newyorkesi sia concesso il lusso di coltivare la speranza di una città migliore, la stessa speranza che ebbero i nonni di Bill De Blasio quando videro di fronte a loro la statua della libertà. Un simbolo che punta verso l’oceano, abbracciando quelli che arrivano, ma lasciando che il suo sguardo si perda all’orizzonte. Perché la storia si cambia giorno per giorno, ma guardando lontano.

Alessandro Cillario

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