Beat Rate
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Cahiers de doléances || Beat Rate 1.1

Beat Rate
Beat RatePerseverare in certe manie da nerd per cui la discoteca sarebbe un ambiente degradante, promiscuo e moralmente borderline, è ormai un luogo comune stantio, e puzza di marcio. Direi, inoltre, “piccolo borghese”, nel senso su ogni fronte negativo di cui la nostra cultura ha tacciato l’espressione. La vita non è forse costituita da momenti, nelle sue componenti atomiche? E allora il club non è che uno tra i luoghi migliori per costruire dei momenti unici; e credo che questo sia un punto di vista già condiviso all’estero da un pubblico di massa. Ovviamente, non in Italia: ed è innegabile che esistano almeno due elementi concreti che, nel nostro paese in particolare, possono rovinare una serata clubbing, prestando così argomentazioni valide ai suoi detrattori. A dimostrazione di ciò, è proprio da un’esperienza concreta che vorrei partire. Qualche settimana fa partecipai a uno degli ultimi party estivi proposti a Bologna: si sa, la qualità della musica in certi casi non può superare il livello commerciale. Tuttavia non sarebbe stata la prima volta per me di divertimento folle in club grezzissimi: e chissenefrega? Avevo solo intenzione di divertirmi. Ero in buona compagnia e il posto non era neanche male, con una saletta per la musica latina e una pista esterna dove davano house. Ciononostante la serata si rivelò gradualmente un noioso disastro: il problema si rivelò la gente. Mi sono resa conto solo allora di quanto possa far toccare il fondo alla scena clubbing italiana una certa fetta (ma abbondante) di pubblico. Quel pubblico che non ha alcuna intenzione di ballare, quanto piuttosto di ciondolare da un piede all’altro sul posto, dove senti la suola della scarpa staccarsi con uno schifoso squittio dal pavimento; quel pubblico che si accalca presso il bar con aria ferina, che se torna in pista è per vomitare/pogare/azzuffarsi come pennuti nell’aia, o accucciarsi sui divanetti, e che ha una certa idea di vestiario adatto al divertimento – particolarmente quotati le canottiere nere e i mocassini a punta (?!?) -. Ne deduco che il primo elemento per rovinare una serata siano certi suoi partecipanti. Si potrà dire: bene, brava, l’acqua calda! Ma credo non sia così semplice. Ripeto, ho vissuto bellissimi momenti anche nelle discoteche più pettinate: credo sia dovuto al fatto che, con un buon dj, l’aiuto della penombra, delle luci, di un ambiente ben organizzato esteticamente – e soprattutto di un gruppo di amici gasati – si possa neutralizzare l’ “effetto-tamarro”. Dunque? Non è certo l’estrazione culturale del pubblico a determinarne certi atteggiamenti, nè la dedizione di questo a una qualità medio-bassa della musica, quanto piuttosto i suoi orizzonti di attesa. Il pubblico giusto per una serata è quello che ha intenzione di darsi totalmente ad essa; che, quindi, non partecipa per bere, né per rimorchiare, né per sfoggiare la firma delle mutande. Tale razza di gente, che purtroppo infesta le nostre discoteche, dovrebbe essere cordialmente spazzata via: è necessario un nuovo modo di intendere il club, come luogo apposito per la creazione di esperienze di vita, collettive o individuali; e che questo modo di pensare diventi esso stesso un luogo comune, amplificando le capacità comunicative “di massa” che, almeno in potenza, che il club possiede. Arriviamo dunque al secondo elemento negativo. Per “educare” il proprio pubblico a tale concezione di “evento”, non si può far conto neppure unicamente sulla location, o sulla qualità elevata della musica: si rischia di circoscrivere una cricca di persone dai gusti magari raffinati, ma spesso più abituate al clima da mostra d’arte che da festa, e che tendono a reagire con l’approccio da sommelier a qualunque stimolo. Ci si espone, in questo caso, al rischio di immergere il club nell’atmosfera di una galleria d’arte, e in questo modo di creare la distrazione piacevole, o il godimento compiaciuto, piuttosto che un’esperienza profonda. Ergo: il problema numero uno è il PUBBLICO BARBARO. Il problema numero due è il PUBBLICO RADICAL-CHIC. E il problema generale è che, in entrambi i casi, ciò che si ricerca è lo spettacolo, non la performance. Ma si può dire ancora in un’altro modo: che si cercano merci – drink, tipe, oppure “mirabilia” estetiche – piuttosto che il coinvolgimento personale. E’in ogni caso il consumo di un’offerta: che essa sia rozza o ricercata non cambia molto. Ecco, illuminazione: me la concedete? L’ Italia non va a fondo solo per i suoi rappresentanti. Va a fondo per i suoi modi di pensare, ancora tardo-novecenteschi, in cui la cultura risulta bipartita: ora a tinte babilonesi-baldraccheggianti, ora moralsocialiste. E il problema delle discoteche italiane è lo stesso del suo paese. Un’ottusità portata avanti con pervicacia, una predisposizione naturale per la staticità e un pigro talento nel disperdere le occasioni in divisioni retrive. Alle generazioni più giovani trovare una terza via.
Claudia Ansaloni

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