Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#35

Lampedusa 2013

Lampedusa 2013Nella roboante arroganza mediatica che ha travolto la tragedia di Lampedusa, c’è spazio solo per qualche pensiero sconnesso, lacerato. Come sempre, solo il disastro riesce a richiamare alla nostra attenzione i problemi che ci stanno di fronte. Un’attenzione sincera, ma tarda. Un interesse autentico, ma pronto a farsi da parte per lasciare spazio ad altro. Perché c’è sempre qualcos’altro di cui occuparsi. La tutela dell’essere umano e della sua completezza, l’antropologico bisogno di non perdere le radici della nostra stessa umanità, non risulta inutile, ma semplicemente un problema secondario. E’ secondo alle leggi dell’economia e del mercato, all’egoismo, alla paura della diversità, alla rozzezza dell’ignoranza e alla leggerezza dell’incompetenza, all’arroganza del politico sordo, alla cecità del parlamentare in doppiopetto, ma anche al piacere di una vita senza pensieri, alla partita domenicale e al parrucchiere mattutino, al compito in classe e alla riunione in ufficio, alla palestra e alla lettura, all’impegno di lavoro e al pomeriggio al parco con i nipotini, al programma in televisione e alla gita fuori porta, alla domenica di riposo, ai problemi dei figli e dei padri, e a molto altro ancora. C’è sempre qualcosa di più importante della dignità dell’essere umano: surrogati di vita, omogeneizzati esistenziali che beviamo come droghe e che ci distolgono da ciò che più conta, e a cui solo il dolore ci riporta. L’eroe è Achille, che strazia trionfante il corpo di Ettore trascinandolo attorno alle mura di Troia, o Priamo che si inginocchia davanti al semidio e lo implora piangendo di restituirgli il corpo del figlio? Fra i pensieri, merita spazio anche questo, scritto da un compagno di Università: “Altra strage, altre lacrime. C’è chi lavora tutto l’anno per poter scegliere il mare più bello, la spiaggia migliore. Poi c’è chi lavora una vita e magari fa lavorare anche i propri figli per poterlo attraversare ad ogni costo quello stesso mare, quell’ostacolo, lasciarselo dietro, per sempre. Il capitale si muove come un’onda nello spazio-tempo e con sè si muove il proprio accumulo, l’equilibrio su cui si regge: lo sfruttamento, la sperequazione, la barriera, la tragedia umanitaria. Un onda che saccheggia i territori e lascia detriti, povertà, terra secca. Ed è appunto nel secolo dell’espolosione del diritto di proprietà che nasce il mio nome: Detjon, la cui traduzione è “mare nostro”. Perchè io sappia per sempre che il Mediterraneo è nostro, che ce lo rivendichiamo in preda alla pazzia, di quelli come me, di quelli come mio padre che l’ha attraversato con un peschereccio e ce l’ha fatta. Nel 1991 poteva essere lui disperso, affogato, senza nome, senza storia e mera parte di una statistica, di un numero. Il mare è nostro e noi siamo del mare, in un rapporto morboso che inghiottisce, letteralmente, coloro che il mare vuole tenere per sè, gelosamente, senza possibilità di appello, di salvezza, di prospettiva, di futuro, di dignità, di uguaglianza. Ma l’uomo può combattere la forza devastante della natura: non quella del mare, bensì la propria. Sono favorevole ad una sola “grande opera”: che si costruisca un ponte. Non quello sullo stretto di Messina. Un ponte di diritti tra l’Europa i nostri fratelli, le nostre sorelle, i nostri figli, i nostri padri. Un ponte alto, più alto delle onde del mare, più alto delle barriere della Fortezza Europa. Per costruire non la solidarietà, non la pietà: la comunità, il comune, insieme”.

Alessandro Cillario

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