Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#33

bergoglio

bergoglioChi avrebbe scommesso che nel giro di pochi mesi l’immagine della Chiesa sarebbe stata rilanciata con tanta forza? E’ bastato un Papa “venuto dalla fine del mondo”, meno timido e più energico del proprio predecessore. Un comunicatore, in grado di lanciare messaggi semplici (ma non banali) che hanno toccato da subito il cuore di fedeli e non. La stampa lo ha immediatamente accolto nell’empireo dei grandi opinion leader, riservandogli probabilmente più spazio di quanto non avesse mai avuto Giovanni Paolo II. E come potrebbe non essere così? Arrivi. Scegli il nome Francesco (e solo su questo il Bruno Vespa di turno starà preparando il prossimo best seller estivo: dopo “l’Amore e il Palazzo”, ecco “l’Amore e Francesco, o qualcosa di simile). Inviti a non farsi rubare la speranza, scendi in piazza San Pietro per salutare i fedeli, ne baci alcuni, telefoni ad altri. Poi Eugenio Scalfari, reduce dal suo libro “l’Uomo che non credeva in Dio” (peraltro interessante), fa quello che sa fare meglio: butta giù per le pagine di Repubblica qualche domanda sulla fede. Bello come il sole, gli rispondi un mese dopo, privatamente. Il tutto con grande naturalezza, scrollandoti di dosso la ruggine di un rapporto pastore-gregge a dir poco obsoleto, dimostrandoti umano fra gli esseri umani, bucando lo schermo, come se ti mettessi a chiacchierare in famiglia, a cena, davanti a un piatto di pasta asciutta. E’ bastato così poco perché la tremenda immagine di una Chiesa oscurantista e tenebrosa si diradasse. La ragione è però più sottile di quanto non possa apparire. La stampa, l’opinione pubblica, o più in generale gli esseri umani, cercano figure di riferimento a cui aggrapparsi: quasi fossero dispensatrici di speranza, valori etici, ideali. L’Italia ha trovato in Francesco quello che nessun altro sembra riuscire a rappresentare: l’immagine di ciò che di meglio possiamo (e vorremmo) essere. In questo momento il Papa rappresenta l’unico simbolo di una speranza nel futuro che sembra quantomai vacillare. Non è un mago, né un furbo, né uno stratega, né un santo: è attualmente l’unica risposta a un senso di tristezza latente e trasversale. Forse non la risposta giusta, ma comunque una risposta. Una figura forte, che guadagna autorevolezza scendendo nella mischia, infangandosi il vestito candido, puzzando come una pecora fra le pecore, e accettando questo odore senza fingere, come troppi fanno, di profumare di lavanda e violetta. Gli uomini eleggono i propri simboli perché questi siano di ispirazione. Invidiano la ricchezza e la gloria, ma innalzano i potenti che gli sono vicini, non quelli che stanno talmente in alto da non poter essere visti. La Chiesa, comunque, ha ancora problemi profondi da affrontare, che non sono senz’altro risolti e che rappresentano le vere sfide di Papa Francesco. Battaglie che nessuno può vincere da solo. Ma Bergoglio parte però con un asso nella manica. Sembra aver capito una cosa: l’umanità non ha bisogno di santi, ma di uomini (e donne) che si rimbocchino le maniche. La provvidenza questa volta – e per il momento – ha assestato un buon colpo. Per chi ci crede, naturalmente.

Alessandro Cillario

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