Musica Italiana, Recensioni
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Hey Saturday Sun || Hey Saturday Sun 1

Hey Saturday Sun

Hey Saturday SunRecensire un disco è sempre qualcosa di complicato. Nel farlo si incontrano un sacco di problemi, tipo la soggettività, tipo che “ogni scarafone è bello a mamma soja”, tipo che al primo ascolto non si comprende mai abbastanza l’ essenza del disco stesso. Poi le cose si incasinano ulteriormente quando si tratta di parlare di un album intrigante, vario e sfaccettato. Ecco, è il caso di Hey Saturday Sun 1, primo ed intensissimo lavoro del polistrumentista umbro Giulio Ronconi a.k.a. Hey Saturday Sun, appunto. Anzi, non solo suo a dire il vero: bazzicando online ho scoperto che alle spalle del progetto HSS, del quale comunque Giulio rimane artefice ed ideatore, ruota un selezionato gruppo di persone, fra cui anche l’ enigmatico Thumbsucker, presente nella track numero due dell’ album. Disorientamento (quello positivo, s’ intende), pace, foga, desiderio di conoscenza, stupore: sono solo alcune delle sensazioni che HSS1 mi ha provocato di primo acchito; e poi meraviglia, nel momento in cui mi sono reso conto di trovarmi di fronte ad un lavoro estremamente complesso e ricco di sfumature.

Giulio ha saputo inserire, in sole dieci tracce, la propria identità musicale nella sua interezza, iniziando da qualche riff di chitarra che fa tanto Kurt Cobain e Soundgarden, per passare poi alla disinvoltura ed al candore di un pianoforte classico; e in mezzo un universo per noi semi-sconosciuto, lastricato di synth che non hanno nulla da invidiare al miglior Jonny Greenwood, totalmente immerso in quello shoegaze vibrante che, ora come ora, associo ad artisti del calibro di Anthony Gonzalez a.k.a. M83. Mica brustoline, insomma. Ah, aggiungo il mio podio personale, giusto per indicare le mie tre tracce “preferite”, se così le possiamo definire: alla numero uno *rullo di tamburi*: “Museum of Revolution 2”, a mio parere la punta di diamante del disco, una perfetta simbiosi di due modi di interpretare e vivere chitarra acustica ed elettrica; al secondo posto “Pulsewidth Noise”, perché è l’ inizio, l’ alfa, l’ incipit di HSS1, perché al primo ascolto è stata una sorpresa totale, e continua ad esserlo ad ogni play; last but not least, “Liric”, perché quel piano farebbe impallidire molti pseudo-musicisti di oggi, perché quel sintetizzatore a 0.49 è ruvido si, ma non spezza l’ incanto, anzi; e poi, per i secondi finali, tesi tra  qualcosa che sta a metà tra la risacca del mare d’ autunno e una radio che si sintonizza su qualche misteriosa frequenza onirica. Riassimendo, HSS1 non è un contenitore di hit. Non è una roba da heavy rotation. Non è per tutti. È, nella sua straordinaria e complessa semplicità, un disco amico, di quelli che ti sanno prendere per mano nella notte, per poi guidarti verso l’ alba di un altro mondo, mai visto né sentito. E ad avere un po’ di culo, è sabato pure là. Hey Saturday Sun.

 

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