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Musica elettrica – definizione – v. “lo Zingarelli 3013”

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102933956-2Qualcuno mi interrogò riguardo l’elettricità – ed io risposi che era ciò di cui sono fatti i pensieri scoppiati. Nel senso, spensierati. Non dissi nulla riguardo Gauss, Faraday, Maxwell – certamente, a parte il fatto che tutto quello che si muove è elettrico in fondo, erano più che altro nozioni inutili; piuttosto, mi sbizzarrii nel descrivere la nostra epoca. Perché al Novecento è stato l’acciaio e il vetro come a noi sono stati il tungsteno e i circuiti dei chip– io ho visto Asimov trasformarsi in videogiochi e visioni sullo schermo piatto. Io ho visto la paura del marziano divenire quella degli eserciti di robot e di cloni: l’essere umano più raffinato che teme se stesso, e, soprattutto, le proprie capacità. Io ho visto catene di cavi come cordoni ombelicali tra noi e le macchine, tutti voi avete visto Matrix e noi siamo novelli Morpheus; noi che sappiamo che la riproduzione è un impulso elettrico.

Dissi anche che mi ero abbondantemente scocciata delle stanche tiritere su di noi, figli fagocitati dalle macchine; era come se ormai nulla del mondo potesse evolversi di nuovo. Invece, il problema era l’essere umano, e non la macchina, e quei deficienti dei nostri genitori. Infatti alla televisione, che essi crearono appositamente per noi e per il loro aperitivo al bar senza di noi, alla televisione infatti, seguì il computer; e, soprattutto, al computer seguì internet. La scatola si sfondò, Pandora aprì il vaso ma in fondo sul globo ci sono ormai più uomini che mali che li contagino. E l’elettricità non è una malattia. E’la volontà della comunicazione. Nietzschanamente parlando.

Tale occasione irripetibile che si porge alle nostre generazioni – quella di creare un linguaggio vitale, vitale per ciascuno in ciascuna parte del mondo, un linguaggio che può declinarsi anche – anzi, tanto più – secondo le diverse culture, ma che, ripescandole, le attualizzi e le ponga a confronto, in contatto: il circuito aperto – è dovuta al clima elettrico: quello di un futuro che è passato attraverso tutti gli schermi, le batterie, i sistemi binari e le programmazioni per oggetti e che ne è uscito dominatore; quello del futuro dove l’uomo è il creatore, la macchina solo il mezzo. E, proprio perché mezzo, sempre più virtuale, semplice, meno invadente. Il futuro dove i bambini escono di casa, e giocano tra loro. Il futuro dove parlare è facile; e lo fa la ragazza alla pari con la famiglia distante, lo fa il diplomatico francese e il ribelle egiziano, ciascuno per i propri scopi. Il futuro dove le rivoluzioni sono più facili da organizzare; crei l’evento e metti “parteciperò”. Il futuro dove, per contare nella statistica, tu devi partecipare: il futuro delle masse responsabili, un futuro senza target audience.

Corrente elettrica nei fluidi; la società cosiddetta liquida non comporta solo legami più deboli, ma anche energie più suscettibili, più mobili. Chi come noi vive da giovane il XXI secolo, ha questa sensazione. Ha la sensazione della fine dell’impero, della fine del capitalismo degli standard, della produzione su larga scala, dei modelli omogenei. La massa non è amorfa, è multiforme, e fin troppo cangiante: ma le sue membra disarticolate imparano a conoscersi, hanno voglia di esplorarsi: l’imperialismo è solo un fatto individuale, di curiosità e di aspirazione al sapere. La rete ci vincola alle maglie della realtà, intersoggettiva, interspaziale e multi soggettiva – al bando l’oggettività; e tuttavia ci libera dai sogni in pillole, a slogan, in pacchetti formato-famiglia: sia il grande romanzo che il grande cinema che il cinepanettone e Dragonball sono stati finora progressivi mezzi di imballaggio di massa. Perché essi non comunicavano un modello: imponevano un modello.

Ma noi che abbiamo questa sensazione – di uscire all’aperto, di celebrare con tutto il nostro essere le nostre feste – di respirare l’atmosfera della sera, di essere un tutt’uno con le luci, di essere autentici – così direbbe Heidegger – noi giovani viviamo sulla nostra pelle, e soprattutto nelle nostre viscere, il linguaggio dell’autenticità individuale e della comunicazione di massa, della comunicazione individuale e dell’autenticità di massa, che è la musica elettronica e la House Music. E lo dico in inglese perché le lingue non si stanno svuotando, ma evolvendo; come i barbari appresero il latino, io parlo l’inglese e dico “torno back home”, pur conservando il mio congiuntivo. Perciò noi ascoltiamo la musica elettronica, che è House Music, Musica House anche, e tante altre cose.

La musica elettronica è, innanzitutto, il rimpolparsi di contenuto di un contenitore bello svuotato: la cultura popolare. Perché, se negli anni ’60 – ’70 quest’ultima era d’improvviso ricomparsa con una vena genuina nei canzonieri americani sotto forma di public opinion – pacifista, libertaria, un po’improvvisata ma spontanea (le guerre dei padri avevano segnato un limite evidente per l’assurdità umana agli occhi di tutti) – tuttavia venne presto assorbita dal mercato e rielaborata in un prodotto grasso, a poco prezzo: perché l’essere umano tende statisticamente ai cibi strasalati e unti. Allora nacque la cultura underground, o cultura “sotterranea”, come volete; e poi rimase la non-cultura popolare per i più, e la cultura impopolare per i vecchi. Perciò io dico: mai confondere l’opinione pubblica con la cultura popolare: perché dunque la prima facilmente si stiracchia in “pubblica opinione” e “comune opinione”, per poi divenire idolatria e poi mercato, status symbol, o simbolo statale in camuffa, come vi pare. La cultura popolare è lo spontaneo istituirsi estetico di un ambiente esterno e interiore di una collettività umana dai presupposti comuni. Questi sono determinati dallo spirito del tempo.

Perciò, la cultura popolare ha la grande forza del vero: è priva di intellettualismi e principi astratti, ma ha l’energia di una causa efficiente, ed è palese in quanto totalitaria. La musica elettronica ha riempito prima i club dei sotterrati vivi, poi quelli dei morti all’aria aperta e dunque ha riempito le canzonette, gli spot dei suv e gli open space dei vernissage. La cosa bella? Che non c’è classe sociale o opinione che tenga dietro la musica elettronica: ma essa svela una realtà comune. E la realtà comune era un bene perduto da tempo. Come i rapsodi curavano la diffusione in tutta la Grecia di un patrimonio mitologico e religioso uniforme, pur in un’indipendenza reciproca fattuale tra le città, così la modernità ha accumulato una confusione secolarizzata di miti che condividiamo; e la musica elettronica è l’elemento della performance, dell’unione animale e sacrale tra gli uomini di un’epoca. La musica elettronica, in tutte le sue declinazioni, dalle più originali o complesse alle più commerciali, è l’animazione di una grande festa della morte della modernità, e della nascita del postmoderno: dove la cultura occidentale della scienza si mescola alla cultura originaria umana della comunicazione totale. Osservate una festa qualunque di ragazzi: nella playlist compaiono certo pezzi house, e non importa neppure che siano la maggioranza. Osservate ora la festa: vedrete che ciascuno avvicinerà nuove persone, per puro desiderio di contatto umano. Per solitudine o necessità di cameratismo, per volontà di esibirsi o bisogno di protezione, per sesso, anche: queste inutili diversità si annullano nel momento dell’estasi e della conoscenza dell’altro, lo sconosciuto perfetto. L’house individua il popolo globale.

In secondo luogo, la musica elettronica recupera finalmente il valore di musica. Purtroppo, la musica divenne prima “classica”, poi “colta”, ed una sorta di vetrina ad appannaggio di persone noiose. Le persone non noiose vollero fare della musica un quotidiano o un manifesto politico, avvicinandosi così, alla fine, alle persone noiose. E Adamo vide che la faccenda lo annoiava.

Invece, la musica è una celebrazione estemporanea irripetibile, interiore e individuale, festeggiata tra più persone. La musica è un momento di testimonianza reciproca tra gli uomini, e allo stesso tempo di ritrovamento delle proprie corde più profonde, incondivisibili. La musica elettronica, in quanto voce di un tempo, non può e non vuole comunicare idee, ma l’energia incessante degli esseri viventi, e l’improbabile esperienza di essere umani.

Claudia Ansaloni (Beyond Common Ideas)

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