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Musica: connessioni neurali e linguaggi illusori || Beat Rate 9.3

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cervello-presaPremetto che questo articolo non vuole essere una esauriente e completa “opera” di informazione sul cervello e le sue azioni in relazione alla musica; sarebbe infatti impossibile raccogliere dettagliatamente tutte le informazioni necessarie per soddisfare tali condizioni di perfezione e completezza in un solo articolo.
L’obbiettivo è dunque quello di stimolare coloro che avranno il piacere di leggerlo all’argomento, fornendogli informazioni basilari e utili all’approccio a tale argomento.
Vi ringrazio dunque per la lettura e spero possa davvero essere fonte di stimolo.

Ascoltare un brano musicale, suonare il pianoforte e guardare il nostro artista preferito suonare dal vivo o sul divano da youtube sono per noi azioni abituali e naturali che caratterizzano il quotidiano di moltissime persone.
La musica è un vero e proprio linguaggio che noi percepiamo, che noi riceviamo e decifriamo. La ricezione avviene tramite i nostri organi ricettivi e l’elaborazione e decifrazione vengono effettuate dal nostro cervello. Vi siete mai chiesti come si organizza il cervello per farlo? Quali delle sue parti utilizza?
L’attività musicale coinvolge praticamente ogni regione del cervello a noi nota e quasi ogni sottosistema neurale. Diversi aspetti della musica vengono gestiti da diverse aree neurali, sono infatti molte le dimensioni di un suono musicale che devono essere analizzate per formare una rappresentazione coerente di ciò che ascoltiamo.
Se l’ascolto parte dalle aree subcorticali (nuclei cocleari, tronco encefalico, cervelletto) per poi salire verso la corteccia uditiva dei due emisferi cerebrali, il riconoscimento di una musica a noi nota o anche solo di uno stimolo sonoro conosciuto coinvolge l’ippocampo e le sottoseszioni del lobo frontale.
Anche l’esecuzione musicale (qualsiasi strumento adoperiate) coinvolge i lobi frontali con l’aggiunta della corteccia motoria (situata appena sotto al cucuzzolo) e la corteccia sensoriale,fondamentale per fornirci il riscontro tattile di aver premuto il giusto tasto nello strumento. Seguire il tempo battendo il piede o anche solo immaginare di farlo richiama invece i circuiti di timing del nostro cervelletto.
E le emozioni invece? Quel pezzo tanto amato che ci fa “godere” così tanto? Dove le elaboriamo?
Per queste vengono coinvolte le regioni centrali primitive ovvero il verme cerebbellare e l’amigdala.
Realizzata una breve mappatura del cervello e delle “regioni musicali” è interessante ora vedere come queste interagiscano fra di loro.
Il suono giunge a noi ed nelle orecchie dove il timpano vibra a causa delle molecole che vibrano a determinate frequenze muovendosi attraverso l’aria.
Dunque di fatto il suono giunge così come è e nelle molecole chiaramente non c’è nessuna informazione sulla posizione da cui il suono arriva ne a quale oggetto/essere vivente possa essere associato questo suono…
Come riesce dunque il cervello a distinguere i vari suoni,in particolare nel caso della musica?
Prima di tutto estrae le “caratteristiche essenziali” tramite reti neurali specializzate che scompongono il segnale fornendo informazioni riguardo il timbro, il pitch, posizione spaziale intensità, ambiente riverberante, durata e componenti dei toni e infine dei tempi di attacco delle diverse note.
Tutte queste operazioni sono svolte in maniera parallela da circuiti neurali indipendenti che non necessitano di “aspettarsi” l’un l’altro.
E’ detta quini “bottom-up” l’elaborazione in cui solo le informazioni contenute nello stimolo vengono analizzate .
Questa si divide in inferiore e superiore, dove nella inferiore si riferisce agli attributi basilari e primari di uno stimolo sensoriale e superiore si riferisce alla riunione degli stimoli tutti e all’arrivo della nostra mente alla compresione di forma e contenuto.
Per farvi capire meglio: ora mentre leggete la inferiore vi fa distinguere segni essenziali come le si singole lettere (o l’inchiostro se fosse stampata e non digitale), mentre la superiore vi fa riunire le singole lettere e generare un’immagine mentale del significato delle parole.
Mentre avviene questa estrazione i centri superiori del cervello ricevono un influsso di informazioni che lo informano su quello che è avvenuto fino a quel momento.
Nella corteccia frontale in base alle informazioni ricevute i nostri centri di pesiero lavorano su vari fattori. Ad esempio su cosa ci aspettiamo che verrà in seguito se conosciamo il genere o lo stile o qualsiasi informazione aggiuntiva ricevuta come quello che abbiamo letto su quella musica o anche la gomitata presa nel ballare.
Questi calcoli sono detti “ elaborazione top-down” e influendo sul “bottom-up” (spiegato prima) possono creare illusioni. La massima illusione forse è la struttura e la forma della musica per il nostro cervello.

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La nostra capacità di dare senso alla musica si basa sull’esperienza e sulle strutture neurali che si adattano, modificandosi a ogni nuovo ascolto e ogni riascolto di un ascolto già effettuato (perdonate il gioco di parole). Dunque impariamo la “grammatica musicale” della cultura a cui apparteniamo proprio come una linguaggio, come la lingua del luogo in cui nasciamo. La base della nostra comprensione musicale si forma dunque nei primi anni di vita in cui attraversiamo un rapido sviluppo neurale e le nuove connessioni neurali non si creeranno mai più velocemente come in questo periodo di vita.
Nell’infanzia poi il cervello tende a sfoltire queste connessioni tenendo solo le più usate e le più importanti. In questo modo creiamo dunque le nostre basi musicali già da piccoli e più andiamo avanti più esse si sedimentano aumentando la difficoltà dell’ampliamento delle stesse. Ciò non significa che in età avanzata noi non possiamo apprezzare musica con sonorità a noi nuove ma che appunto gli elementi strutturali della musica si fissano in noi nei primi anni di vita.
E’ lecito ora ragionare sulla definizione di musica che da anni è origine di “scontri” e “battaglie” concettuali e di vario tipo sapendo che la parola musica è in fondo un linguaggio e quindi forse anche, passatemi il termine, solo una “convenzione”.
Forse come scrive D. Levitin “la musica è in fondo un’illusione percettiva in cui il nostro cervello impone una struttura e un ordine a una sequenza di suoni” la musica è un linguaggio o forse è solo tale quando è melodica e piacevole sennò è “rumore”.
Lasciando a voi le considerazioni sul caso, almeno adesso sapete perchè riconoscete un suono già sentito e perchè potreste avere preferenze su un genere musicale piuttosto che su un altro…

Francesco D’Errico – Beyond Common Ideas

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