Interviste
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Wu Ming x HMCF

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Dalle cronache locali a grande messaggio per tutto il nostro paese. Il referendum del 26 Maggio che si terrà a Bologna è diventato epicentro di un terremoto politico e sociale non indifferente. Le ragioni di un voto e i punti di vista ben espressi, sono quanto di più salutare per un momento storico confuso, indecifrabile e molto debole. 

Intervista al collettivo di scrittori Wu Ming, per parlare di scuola pubblica e quel che resta di una cultura troppo immersa in tagli e calcoli. Le ragioni di un voto che va ben oltre la battaglia ideologica tanto decantata, ma si attiene alla costituzione con l’articolo 33 che recita – “Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato”.

Com’è cambiata la scuola pubblica nel corso di questi ultimi 30 anni? 

WM: Fondamentalmente ha subito una progressiva involuzione. Mano a mano che le logiche aziendaliste hanno fatto breccia nella cultura di governo e hanno intaccato la gestione dell’ambito pubblico, la scuola pubblica è stata sempre più indebolita e privata di risorse. Le politiche di austerità degli ultimi anni sono state il colpo più duro, in coda a un percorso che parte da lontano, e che ha fondamentalmente le proprie radici nell’avvento dell’ideologia neoliberista. Il risultato è che si è giunti a mettere in discussione “di fatto” il diritto alla scuola. Il caso di Bologna parla da sé: quando i posti alla scuola materna pubblica sono esauriti e la scelta che ti lasciano è quella tra tenere i figli a casa o iscriverli alla scuola paritaria privata, che è a pagamento e monoconfessionale, il diritto alla scuola è già andato a farsi friggere. 

Il dibattito che si è creato attorno a questo quesito referendario lo trovate, nonostante tutto, un buon sintomo di democrazia? 

WM: il dibattito è sempre una buona cosa. Sarebbe poi il caso che venisse condotto in maniera comprensibile. Il modo in cui alcuni hanno cercato di gestirlo in questa occasione è davvero grottesco. Il sindaco e l’amministrazione comunale, invece di creare momenti di confronto e di dibattito tra i sostenitori delle due opzioni, hanno scelto di fare un tour propagandistico a favore della B, senza mai invitare la controparte. Hanno messo a disposizione il sito del Comune per fare propaganda, con palesi omissioni informative (nessun accenno ai bambini rimasti fuori dalle scuole pubbliche). Hanno tacciato i sostenitori dell’opzione A di ideologismo, strumentalizzazione, e chi più ne ha più ne metta. Sono perfino arrivati a sostenere che questo referendum sarebbe contro il PD. Demenziale. In queste condizioni è solo grazie alla pazienza e al sangue freddo del comitato promotore del referendum se si è riusciti ad aprire in città un dibattito sul sistema scolastico che vogliamo. Del resto, l’esercizio delle forme democratiche costa sempre fatica e le scorciatoie sono sempre più facili da imboccare.

Credete al significato di un voto prima dell’effetto di esso?

WM: Difficile svincolare il voto dal suo effetto. Lo scorso febbraio, due terzi degli italiani hanno votato per un governo di cambiamento e si sono ritrovati con un governissimo che tiene assieme tutto il peggio della vecchia politica, nominato da un capo dello stato “a vita”, cioè una sorta di monarca repubblicano. E’ la dimostrazione che l’esercizio della cosiddetta democrazia formale non è sufficiente a cambiare le cose. 

“Democrazia e rete” sentire l’opinione di tutti e rendere ognuno protagonista del proprio destino. Evoluzione o involuzione? 

WM: Sentire l’opinione di tutti non significa affatto rendere ognun@ protagonista del proprio destino. Viviamo nell’epoca dei sondaggi d’opinione e dei social network, ma non sembra che la democrazia goda di ottima salute: siamo taglieggiati dalle banche centrali e sottoposti alle decisioni prese da organismi non eletti. Il punto è che la democrazia non si esercita solo con il voto, né con un click su internet o andando a un’adunata politica ogni tanto. E’ qualcosa di molto più difficile e faticoso: si tratta di muovere il culo, di macinare strada, di parlare con gli altri, di mettersi in gioco, di spendersi in prima persona, insomma, quotidianamente, in quello che si fa. La democrazia non è un sistema di automatismi formali, ma un abito mentale e una pratica.

L’istruzione in Italia di che cosa ha bisogno? 

WM: Soprattutto di risorse. Se non si smette di tagliare fondi alla scuola pubblica, quella di tutti, e non si comincia a rifinanziarla, non sarà mai possibile fare alcuna riforma seria dell’istruzione scolastica e universitaria. Parlare di riforme mentre si tolgono fondi significa pensare allo smantellamento del sistema d’istruzione pubblico per come l’abbiamo conosciuto, in favore di una sempre maggiore sussidiarietà del privato. 

Per far ripartire il nostro paese è necessario investire sulla cultura. Perché la politica si ferma a parlare troppo spesso di tasse, alleanze e correnti? 

WM: Per tornare a investire in cultura, bisognerebbe che prima di tutto la politica ne cogliesse il valore e l’importanza. Perché cultura significa anche cultura politica, visione del mondo, la tanto bistrattata ideologia, che però ha prodotto fenomeni epocali come l’Illuminismo, il socialismo, o concetti come l’universalismo cristiano. Quando le visioni del mondo vengono meno, restano solo i tatticismi, le alleanze, le correnti, e la politica si riduce a un problema di gestione contabile dell’esistente.

Secondo voi, l’immaginario comune verso la scuola pubblica è cambiato?

WM: In parte è stato fatto cambiare ad arte. Si seguita a martellare la gente con un discorso che scredita la scuola pubblica, come luogo di decadenza delle strutture, carenza di organico, bullismo, ecc. Tutte cose reali, ma che per fortuna non hanno ancora stravolto la qualità della scuola pubblica italiana. Certo finiranno per farlo se si continua su questa strada. E infatti la direzione è proprio questa: incentivare la domanda di scuola privata, separata, tutelata,  per chi può permettersela e approdare al modello scolastico anglosassone. Cioè trasformare la scuola comunale e statale in scuola di serie B, dove si concentrano i problemi, e sovvenzionare la scuola paritaria privata che in apparenza alleggerisce i costi allo stato. 

E’ cambiata la sensibilità della “sinistra” su alcuni temi fondamentali per la propria cultura ideologica? Se sì, lo trovate un fatto positivo? 

WM: Dipende dai temi. Prendiamo il tema del referendum come cartina al tornasole. L’amministrazione comunale e i vertici del PD si ritrovano insieme a Comunione e Liberazione, al PdL, alla Lega Nord, alla CEI, in difesa del sistema scolastico integrato. Questo dovrebbe già accendere qualche spia d’allarme. Il principio a cui si appellano è la “libertà di educazione delle famiglie”, in base al quale lo stato dovrebbe finanziare le scuole di parte, cioè dedicate a una specifica cultura, confessione religiosa, classe o gruppo sociale. Questo significa abbandonare l’idea di promozione dell’uguaglianza di diritto tra diversi  e di condivisione di uno spazio comune (idee storicamente di sinistra) per approdare a quella di compartimentazione delle identità separate (un’idea storicamente di destra). Non sono speculazioni teoriche: a queste due idee di scuola, corrispondono due idee di società molto diverse tra loro. Ecco perché noi riteniamo ancora che il compito della sinistra non sia quello di garantire a tutti di farsi la propria scuola con il contributo delle tasse di tutti, bensì di costruire una scuola per tutti, pluralista, aperta, inclusiva, gratuita. E chi vuole farsi la propria scuola privata, come gli pare, se la paga.

Tanti saranno i votanti fra i 18 e i 25 anni, secondo voi quanti sono consapevoli di un quesito del genere?

WM : Temiamo siano pochi. Chi è uscito da tempo dalla scuola dell’infanzia e non ha ancora figli sembrerebbe il più lontano da questo referendum. In realtà non dovrebbe essere così. Perché, come abbiamo cercato di spiegare, scegliere il modello scolastico significa scegliere il modello sociale a cui tendere e a cui indirizzare i finanziamenti, cioè le tasse di tutti noi.

Per concludere, le ragioni del vostro voto (A) al referendum del 26 Maggio? 

WM: Oltre a quelle esposte fino a qui ce n’è una altrettanto importante. Mandare un segnale dalla base al vertice: invertite la rotta o non vi seguiamo più. Ce n’è un gran bisogno. Battere un colpo per dimostrare che siamo ancora vivi e reattivi, non completamente narcotizzati, depressi e cinici.

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