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Fossimo sul twitter hip hop, Moder sarebbe tra i più menzionati insieme a mostri sacri della disciplina in questo 2013. Il suo suo disco “Sottovalutato” ha fatto impazzire il mio pensiero laterale su tutti quelli che si sentono perdenti in partenza. Il concetto di Underdog – Sottovalutato naviga lungo le tracce e desta interesse nei grandi critici del settore. Presto arriva la recensione di Willie Peyote, per ora gustiamoci quest’intervista realizzata durante la notte, prima di svegliarsi.

 

Quanto è maturato l’artista Moder in tutto questo tempo? Dall’inizio della carriera ad oggi.

Bhe, è difficile rispondere. Credo che la maturazione sia un percorso infinito. Non riesco a distinguere tra Moder artista e Moder persona. Non ho mai pensato al rap come una “carriera”. Tutti questi anni (ormai più di dieci) nell’hip hop e sui palchi sono stati una scorribanda: all’inizio era un gioco, un gioco serissimo tra amici. Mi ricordo le prime tag, poi il lato oscuro della costa, il primo demo, i primi palchi importanti, le prime soddisfazioni, la prima volta che ho capito che niente è per sempre, che la vita spesso ti allontana dalle persone e che se hai un obbiettivo per realizzarlo perdi sempre qualcosa anche se spesso non lo vuoi ammettere. Ricordo anche tutte le volte che mi sono detto basta non fa più per me, ma certe cose non le puoi scegliere l’arte è un’ossessione che non riesco a combattere.

Negli anni ho capito cosa volevo dire, artisticamente parlando, cercando di imparare a riconoscere i miei difetti e i miei pregi. Una volta un grandissimo artista mi ha detto IL RAP E’ COME NARUTO PIU’ LE PRENDI PIU’ DIVENTI FORTE.
In conclusione Moder è sicuramente cambiato, ha più responsabilità, più stress, più cattiveria, più anni, più odio, meno tempo, ma continua a giocare con l’hip hop e le parole e si diverte tanto.

A bruciapelo 3 dischi che ti hanno cambiato la vita.

Talib kweli e Hi Tek: Reflection Eternal
Neffa: Neffa e i 107 elementi
Tom Waits: Orphans: Brawlers, Bawlers & Bastards

La collaborazione che sogni di fare?

Troppe per dirne una sola… Ma dato che devo riassumere direi in Italia Primo Brown e in Europa Leeroy dei Saian Supa. Le altre collaborazioni che ho in testa spero possiate sentirle a breve.

Se non avessi fatto rap in quale contesto artistico ti saresti visto.

Sicuramente un contesto in cui la creazione abbia come centro la parola scritta e il palco quindi direi il teatro oppure sempre in ambito musicale il cantautorato. Io nella vita organizzo eventi artistici quindi l’arte è ciò che più seguo in tutte le sue forme questo mi permette di vedere tantissime cose che fagocito ed entrano a far parte di me.

Il disco che avresti voluto scrivere?

Sono due e tutti e due di Fibra: Turbe giovanili e Mr Simpatia

Un libro che ha ispirato il tuo percorso?

Uno solo non posso, giuro, non riesco:
Cosi parlò Zarathustra di Nietzsche
Demian di Hermann Hesse
Nel paese delle ultime cose di Paul Auster
E tutta la produzione di Pasolini.

Quanto è importante la disciplina in quello che si fa? Oppure secondo te, tutti possono fare tutto?

La disciplina è fondamentale, è l’unico modo per raggiungere risultati in ogni ambito della vita, nell’arte deve essere unita al talento. Secondo me tutti hanno il diritto di provare a cimentarsi in qualsiasi cosa. Ovviamente non tutti riescono e purtroppo non tutti riescono a fare autocritica, spesso e volentieri sopravvalutandosi. Nel rap ormai questa cosa è diventata un’epidemia ma cito l’amico Egreen: SCARSI DI MERDA VI ASPETTO SOPRA AL PALCO

Esiste la cultura hip hop in Italia oppure in molti ce lo vogliono far credere?

La cultura hip hop esiste e in Italia ha una storia strana ma molto interessante. Più che altro vogliono farci credere che ora il fattore culturale non conta più, che il l’hip hop è un linguaggio giovanile senza storia e soprattutto vogliono ridurre l’hip hop al solo rap. L’hip hop è una cosa molto più grande e più importante e sopravviverà finché qualcuno userà una bomboletta, un microfono, un giradischi oppure si spaccherà la schiena sul pavimento per esprimere se stesso.

Cambiare il paese o cambiare paese?

Cambiare il paese. Credo che dal basso molto possa essere fatto, al di là della retorica politica: occorre portare avanti le proprie idee e faticare per realizzarle più che lamentarsi e fare gli economisti o i politologi su Facebook.

 

 

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Nato a Bologna il 30.11.91 quando fuori pioveva. Cresce, gioca a tennis giornate intere, fonda il Collettivo HMCF scrive per DLSO e Crampi Sportivi, si laurea e dorme.

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