Editoriale
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Tutto ciò che ne consegue

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L’anno della comunicazione, fra brillanti professionisti e grottesche ascese. 

Rimasi colpito dal feticcio comunicativo. La continua ricerca del modo di esternare “un qualcosa”. Ecco “un qualcosa” è alla base di tutto, suona pure male e appare divisivo come termine. Da quasi 20 anni a questa parte non ci siamo mai domandati come avvengono i fatti e se in fondo esista un modo per farli avvenire. L’esplosione e la conseguente crisi della pubblicità ha per certi versi, sintetizzato in toto il problema di fondo.

Andiamo per ordine:

Anni 90, arriva un nuovo modo di comunicare. Sensazionalismo puro, colpire la pancia  distruggendo ogni logica morale, senza tener conto del visibile cambiamento delle persone. Si creano nuove classi sociali e la pubblicità diventa responsabile silente di tutto ciò. Una sorta di governo ombra dei pensieri,  che davanti alla ricchezza apparente resta dietro le quinte. Per troppo tempo nessuno si accorse di tutto questo, vivendo appesi al limbo del sogno e con una speranza reale per il futuro. Non esistono più persone bigotte ma rivoluzionari conservatori del proprio orticello, d’altronde si vive molto meglio con la facile illusione.

Il mondo cambia e noi non cambiamo mai –  arrivano i nuovi media e perfino la pubblicità subisce il contraccolpo di questi nuovi mezzi di comunicazione. Le persone non vivono più con quella facile illusione che per anni ha cullato ogni desiderio, come se fosse il risveglio della Mulino Bianco, oppure la donna aitante degli spot dopo le 22.00. Diventano convinti della propria curiosità e non sembrano farsi mettere in piedi in testa da niente e nessuno. Il dibattito si accende su ogni argomento e il neuro web design, diventa disciplina fondamentale per capire i pensieri. Bisogna dunque cercare di parlare a tutti le tre tipologie di cervelli: antico, intermedio e recente. Sono proprio i primi due, più emotivi ed irrazionali, a prendere le decisioni per primi. Il concetto è abbastanza semplice: gran parte delle nostre scelte sono dettate dalla pancia, non dalla testa.

La costante rimane, in fondo ancora si tifa rivolta quando bisognerebbe guardare all’evoluzione graduale di un popolo che ha nella controcultura un punto di forza non indifferente per uscire da questa situazione sociale. La pubblicità e il reparto creativi che gravitano attorno, deve essere promotore di tutto questo; non deve lasciar perdere i libri per amalgarsi al potere di un tablet, ma soprattutto non può rinchiudersi nel fenomeno delle start up. “La gente” ancora non sa quello che vuole, ed è facilmente plasmabile –  oggi più che mai – ma il paradosso continua, in un’epoca fatta di liberalizzazioni multimediali, dove ognuno ha la facoltà di scegliere cosa guardare alla televisione, se saltare la pubblicità su youtube, se rimuovere il banner promozionale e quant’altro, non possiamo continuare a invocare questa democrazia ad ogni costo se dopo 20 anni cerchiamo sempre di ritornare al punto di partenza.

Il mondo della pubblicità subisce tutto questo, è il perfetto specchio della società. Alcuni brillanti professionisti nel corso di questi mesi mi hanno fatto capire il reale potere di questo settore. I 5 sensi vanno stimolati, senza dimenticare da dove partono. Stanchi della solita ricerca di mercato ma al servizio di tutti, per il grande passo che deve fare la comunicazione, quello di sapersi mettere in gioco.

2 Comments

  1. Manuel Delfiore says

    Complimenti per lo scritto, soprattutto poichè viene da un giovane studente da quello che vedo.Interessanti contrapposizioni fra pubblicità e società

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