Editoriale
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Nascono start up, muoiono creativi

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Amano la new economy lanciata da Kevin Kelly, si definiscono manager creativi e pretendono aiuti dallo stato. Sono gli startupper, nuova frontiera del sogno Italiano.

Lo scorso anno, il quasi dimissionario ministro dello sviluppo economico, Corrado Passera lanciava grazie a un decreto legge, questo nuovo sistema. Ora con solo 1 euro puoi aprirti la tua azienda, senza costi notarili aggiungitivi e feroce burocrazia.

 In rete nel giro di qualche mese si trovano le più svariate attività, seguendo alcuni siti specializzati possiamo scoprire corsi di formazione per youtubber –  come se avere successo su youtube fosse quasi obbligo morale –  di strategie culturali – come se la cultura per esser diffusa avesse bisogno di schemi tattici e non di persone preparate a lanciare un messaggio – e tra le più impertinenti troviamo queste giovani società di speculazione aziendale, della serie “prendo la tua azienda e ti aiuto e rimetterla in piedi”.

Sogni tutti italiani, sistema di liberalizzazioni ottimo per paesi con un altro approccio verso la novità e capaci prima di ogni altra cosa, di capire i propri limiti. All’orizzonte non ci sono prese di coscienza ma una serie infinita di folli investimenti culturali. Creare aziende fa sentire liberi e di conseguenza più felici, poichè il bisogno di fare gavetta non è insito nel nostro DNA, per lo meno non lo è più. Interessante il concetto di “libertà di fallire, libertà di cominciare” ma ancora resto fautore della libertà di essere premiati, dopo anni di studi, mesi con stage sottopagati e incentivi per tutta la cultura, che può realmente rialzare il paese. Quella l’abbiamo dimenticata? 

Troppo facile liquidare ogni critica con il presunto sistema meritocratico italiano. Selezione naturale vi diranno queste persone – se sei bravo vai avanti e la tua azienda produce, altrimenti finisce e puoi ripartire. Il problema di fondo non è la start up intesa come opportunità, ma la start up del chiunque può, in politica come nel mondo della creatività. Forse servirebbe più tutela per le associazioni culturali e meno per i giovani imprenditori considerati creativi. Il rischio di un forte immobilismo culturale, in un paese come il nostro è dietro l’angolo e sinceramente non sembra il momento di fermarsi nell’attesa del cosa e il come.

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