Editoriale
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Quando l’underdog diviene icona pop

Gil+ScottHeron+GilScottHeron0011Gianni Clerici è sempre stato un grande maestro della telecronaca Italiana. Uno dei più grandi opinionisti/intellettuali sportivi che abbia mai sentito nella mia via, gergo colto per raccontare nobili gesta tennistiche. Avevo poco più di 10 anni e un attempato Goran Ivanisevic vinse Wimbledon da “underdog”. Sotto cane, qualcosa del genere, sul momento non capii letteralmente la storia di quella parola, il messaggio seppur velato che lanciò nella mia vita quel genio di Clerici. 

La ben nota wikipedia, lapidariamente lo liquida così: Un underdog (trad. “perdente in partenza”) è una persona o un gruppo che partecipa ad una competizione sportiva, nelle elezioni politiche o nei concorsi che è reputato come scontato perdente. Il partito, il team o l’individuo previsto come vincitore è chiamato il favorito o top-dog. Nei rari casi in cui un underdog vince, il risultato è definito upset (sconvolgimento). Questi termini sono comunemente usati nel gergo delle scommesse sportive. L’uso di questo termine probabilmente ha come origine dal taglialegna che stava sotto i supporti metallici (dogs) che tenevano i tronchi per costruire le assi di legno.

Per un’intera vita Gil Scott Heron ha inseguito sè stesso. Poeta e musicista statunitense racchiude questo termine come pochi altri, per correlati e attitudine. Nasce nel 1949 figlio di quel Giles Heron, primo calciatore di colore della storia del Celtic Glasgow, cresce con Lillie Scott, sua nonna, nel Tennessee. Proprio lei influenza il suo percorso d’avvicinamento regalandogli un pianoforte che Gil ricorda, costava “Sei o otto dollari, non sono sicuro. Il prezzo cambiava di volta in volta a seconda di quanto stava cercando di dirmi che non avevano soldi”.

Genitori separati fin dalla sua nascita, il suo percorso artistico ha del mitologico. La storica collaborazione con l’amico di una vita Brian Jackson, dischi e apparente successo, distrutto dal consumo di crac e cocaina. Autore, scrittore e cantore dell’America del Vietnam, dei diritti negati ai neri delle loro lotte, ma anche dei  meandri più oscuri dell’animo umano, quello minato da disperazione, povertà, alcolismo, droga, emarginazione.

Prima del suo ultimo disco finisce in galera e il rapporto con la giovane fidanzata lascia strascichi non del tutto indifferenti. C’è anche Damon Albarn alle tastiera, “I’m New Here” racchiude tutto il mood, il feeling e l’arte del genio maledetto. Attualissimo nel sperimentare e scovare quel Jamie XX, giovane produttore inglese per remixare il disco.

Se non fossi stato l’eccentrico, l’odioso, l’arrogante, l’aggressivo, l’introspettivo, l’egoista quale sono stato, non sarei stato io. Non mi pento di aver fatto quello che ho fatto o del modo in cui l’ho fatto. So che se fossi stato zitto su un paio di cose probabilmente avrei potuto fare un pò di soldi, ma non avrebbe dato più senso a quello che ho fatto. E non sarei stato capace di dire ai miei figli: ho alzato la testa per queso. Hai avuto una possibilità: alzarti in piedi o startene seduto. E non sono restato seduto. Vuol dire che ho avuto ragione”.

Muore il 27 maggio 2011 dopo un lungo tour europeo, il dubbio Aids, ma ancora le cause non sono certe.

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Legato da quel filo chiamato destino e dalla passione, Enrico Berlinguer, nasce a Sassari nel 1922. Fin da giovane la sua vita viene data alla politica. Segnalato in questura appena maggiorenne per la “troppa e attiva propaganda”, arrivò a capo della segreteria del Partito Comunista Italiano nel 1972 e ci rimase fino al 1984, anno della sua morte.

“La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico”.

Capace di rapportarsi con tutti i grandi esponenti delle altre forza politiche, nel suo credo c’è la nobiltà di una persona,che ha creduto più di ogni altro in questo paese, nella politica. La morte, provocata da un ictus avvenuto durante l’ultimo comizio a Padova, porta l’immaginario collettivo a quel trionfale funerale, ma soprattuto a quello storico“sorpasso” del PCI ai danni della Democrazia Cristiana con Berlinguer candidato, seppur non ci fosse più. “34%”divenne non solo un motivo di orgoglio per molti giovani delle generazioni future, ma anche un messaggio chiaro e forte, l’etica e la morale non è quella che ci viene raccontata ora, nei salotti televisivi o su internet.

Se racchiudere Berlinguer e Gil Scott tra i grandi sognatori risulta semplice e scontato, nell’attuale non si può rimanere indifferenti davanti al credo di Zdenek Zeman. L’uomo che ha rivoluzionato la visione del calcio italiano pur non ottenendo alcun riconoscimento istituzionale.

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Denuncia il doping in Italia, dopo che i suo giocatori, di ritorno dalla nazionale, crescevano in peso ma non solo (mani, capelli e braccia). Allontanato dal calcio Italiano, dai poteri forti, che non sono qui a raccontare, stupisce per quel famigerato croce e delizia 4-3-3. Non un semplice schema tattico, un qualcosa che ha reso liberi noi tutti appassionati di pallone. Ci insegna che si vince nel desiderio di provarci e non nella paura. Spettacolo, armonia, vittoria sempre, anche se il risultato non ti dà ragione. “Alle volte si vince proprio nel modo in cui si perde”, filosofia che manca a un mondo malato e crogiolato dal denaro.Vivere nell’unico desiderio, lontano dai numeri come dai riconoscimenti, di esser felice. Questo importa, non altro a divenire icone pop da underdog e da perfetti perdenti, non è sinonimo di scherno, ma del fato, che ti ha lasciato questo.

Vitas and crew

Era felice Vitas Gerulaitis, tennista Lituano, ben noto per l’eccentrico modo di vivere la vita mondana. Amico degli artisti nella sua esperienza americana ci ricorderemo di lui, non per le gesta sportive (appena 1’Australian Open e il terzo posto come miglior ranking mondiale), ma per la simpatia che contraddistingueva il suo tennis.

“Lo strano movimento da sindrome di Tourette in cui Gerulaitis scuoteva la testa da destra a sinistra mentre faceva rimbalzare la palla prima del lancio, come se stesse avendo un piccolo attacco di epilessia.” (David Foster Wallace).

Ha visto passare sotto gli occhi tutti i migliori talenti della storia del tennis, da Borg a Sampras, senza dimenticare le sconfitte da McEnroe. Non sempre conta il successo e i libri di storia, l’immaginario comune sorride tutt’ora e lo farà di padre in figlio, di nonno in nipote. Dal disco “It’s your world” ai veri comizi politici, senza dimenticare il significato dello sport.

Perdenti, ma non è che gli altri vincano.

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