Interviste, Musica Italiana
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w/Luca Calcaterra.

804303_5002146743147_1737143191_nLuca, 23 anni, nato a Roma. All’età di 14 anni prende in mano la chitarra per la prima volta, incominciando, con l’aiuto del padre,  a immergersi nel mondo della musica rock e dei cantautori italiani. Perfezionando la tecnica, si rende sempre di più conto che la sua vera passione è suonare.  Il suonare, infatti, lo estranea dalla realtà e questo estraniarsi porta Luca ad essere in un mondo tutto suo, di passione, dedizione e onore nei confronti della musica. Ed è per questi motivi che all’età di 18 anni decide di prendere la sua prima chitarra elettrica.  La passione di Luca, però, non si ferma qui. Entro il primo trimestre del 2013 è prevista, infatti, l’uscita del suo primo album auto-prodotto. Ed è di questo che vogliamo parlare ora. Ma non solo.

Parlaci un po’ di te.

“Io sono nato a Roma ed ho sempre frequentato le scuole (dall’asilo al liceo) in questa città. Per quanto riguarda gli studi musicali io, una volta cominciato a suonare, decisi di farmi dare lezioni di chitarra da un conoscente diplomato in chitarra classica al conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Dopo aver studiato chitarra con lui per quattro anni ho continuato a suonare, lasciando però le “corde di nylon” e passando alla chitarra elettrica. Inoltre Roma è la città dove tutt’ora vivo, ma non dove studio, poiché, parallelamente alla mia attività musicale, sono iscritto alla Facoltà di Agraria all’Università degli studi della Tuscia di Viterbo.”

Spiegaci il tuo progetto musicale.

“Il mio progetto musicale parte dalla passione che ho iniziato a provare una volta scoperto il mondo del vero “cantautore”. Sono molto affascinato dal fatto che, ancora oggi (grazie al cielo), c’è qualcuno che riesce a prendere in mano una penna e a buttar giù tutto ciò che sente o prova. Che poi sia una poesia, un romanzo o, come nel mio caso, diventi una canzone non ha molta importanza per me. Per quanto riguarda i miei testi, sono scritti quasi sempre in prima persona, e la maggior parte di essi trattano temi come l’amore, non obbligatoriamente nei confronti di una donna. Uno dei miei testi a cui sono più legato parla dell’importanza che per me ha un posto in particolare: una casa in campagna dove sono cresciuto sin da piccolo, dove ho la maggior parte dei ricordi con le persone a me care e dove ancora oggi vado quando posso poiché non riesco a farne a meno.”

C’è un artista, un cantautore o un gruppo musicale a cui sei particolarmente legalo? Se sì, perché?

Per quanto concerne gli artisti a cui sono più legato musicalmente (testi, stili…) non posso far a meno di citare Francesco Guccini e Luciano Ligabue: simboli per me di straordinaria coerenza e con un’impressionante capacità di scrivere testi impegnati anche nel sociale. Mi rispecchio veramente molto nell’amore che provano per la terra in cui sono nati e cresciuti, e nel modo di vedere la musica non soltanto come un lavoro, ma come una passione senza la quale, probabilmente, non potrebbero stare.”

Cosa ne pensi dei talent show? Se il tuo giudizio è negativo spiegaci accuratamente il perché.

“Il mio pensiero riguardo talent show è molto semplice e conciso: trovo che possano essere sicuramente di grande aiuto, soprattutto in un momento come questo dove le possibilità, per chi oggi fa musica e vuole uscire fuori, sono veramente poche (le case discografiche non hanno più le possibilità di una volta…). Ma per far si che questo accada non dovrebbe esistere nessun tipo di raccomandazione all’interno di essi, in modo da far venir su veramente chi se lo merita e non chi è conoscente della “persona giusta”. Quindi non mi dichiaro totalmente contrario in merito, ma prima di esserne un fedele sostenitore mi piacerebbe vedere che la cosiddetta “macchina del talent show” funzioni a dovere.”

Ti ricordi la prima volta che ti sei esibito dal vivo davanti ad amici o conoscenti? Se la risposta è sì, che emozioni hai provato?

“La mia prima volta in live fu totalmente inaspettata e priva di preavvisi: ricordo che ero in vacanza in un villaggio turistico in Calabria. Un pomeriggio portai la mia (fedelissima!) chitarra acustica in spiaggia per rilassarmi un po’ sotto l’ombrellone; a quel punto un ragazzo facente parte dell’animazione del villaggio mi vide, venne da me, e mi chiese cosa suonavo e se avevo dei miei pezzi. Gli riposi che non avevo pezzi personali e che mi limitavo a fare cover. A quel punto lui mi chiese se, la sera stessa, avessi voluto esibirmi con tre o quattro pezzi sul palco, dopo il loro spettacolo di animazione. Nonostante fui preso un po’ alla sprovvista, dissi di si. Quella sera c’erano circa quattrocento persone (il villaggio era pieno) e devo ammettere che la paura c’era, perché comunque suonare davanti a qualcuno vuol dire esporsi completamente. Man mano che passavano i minuti però la paura si trasformava in una matta voglia di suonare. I pezzi che suonai furono “Ho perso le parole”, “Eppur mi son scordato di te”, “Knocking on heaven’s door”, “The man in me”. E fortunatamente andò tutto abbastanza bene per esser salito su quel palco senza alcun tipo di prova.”

Roberto Vecchioni dice di De Andrè: “Questo è il punto: lui era l’unico poeta della canzone d’autore. Gli altri, me compreso, con l’eccezione forse di Guccini, sono bravi, non poeti. E i suoi testi sono gli unici che reggono anche senza musica. Non è assolutamente per tutti. Il suo era un elitarismo culturale. Aveva il fisico e la testa del poeta. Non aveva bisogno di mettersi in una torre d’avorio: in quella torre ci era nato.” Luca sei un cantautore emergente e mi sembra più che giusto chiederti cosa ne pensi di Fabrizio De Andrè e se condividi le affermazioni di Roberto Vecchioni, altro grande cantautore italiano.

“Beh, il nome di Fabrizio De Andrè si commenta da solo! Lui è stato uno dei primi artisti ad usare le canzoni anche per parlare di temi delicati, con testi che si rifacevano a storie di ragazzi ribelli e prostitute. E’ uno di quei pochi cantautori (insieme forse solo a Guccini) di cui, come ha spiegato Vecchioni, potresti leggere benissimo un testo anche in assenza di un arrangiamento musicale. Insomma è uno di quelli che, a mio avviso, dovrebbero finire sui libri per esser studiati nelle scuole.”

“Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, le attuali conclusioni, credete che per questi quattro soldi, questa gloria da stronzi, avrei scritto canzoni? Va beh, lo ammetto che mi son sbagliato e accetto il “crucifige”e così sia. Chiedo tempo, son della razza mia, per quanto grande sia, il primo che ha studiato.
[..]
Ma s’ io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso. Mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fesso. E quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare: ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!”
 

Queste sono nell’ordine la prima e l’ultima parte della canzone “L’avvelenata” di Francesco Guccini. Commenta quanto scritto dal Cantautore di Via Paolo Fabbri 43, spiegandoci se condividi il suo punto di vista e l’importanza che ha un testo del genere per un cantautore emergente come te.

“Guccini in questi versi de “L’avvelenata” (e comunque nell’intera canzone), racconta quel suo modo di vedere la musica. Critica tutti quegli artisti che, una volta usciti fuori, pensano solo a vender di più per poi incassare felicemente soldi e fama. Lui, a mio avviso, simbolo da sempre di straordinaria coerenza, di tutto ciò se ne lava le mani, sottolineando la sua voglia di scrivere per una vera passione e non perché ci si possa guadagnare sopra popolarità. “L’avvelenata” è uno dei pezzi del cantautore modenese che ammiro di più, poiché è come se lui insistesse nel voler far capire alla gente che parla semplicemente di ciò che fa o che vede, senza voler passare per il poeta di turno: questo per me è sinonimo di grande umiltà, soprattutto da parte di uno che è, a mio avviso, l’artista per eccellenza.”

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