Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#21

filo-spinato_926751Ieri era il giorno della memoria. La memoria implica il ricordo, la volontà di non dimenticare. Non dimenticare lo sterminio, il dolore, le angosce. Ma soprattutto volontà di non dimenticare l’impensabile e l’impossibile. Perché nessuno poteva immaginare che il genere umano avrebbe toccato un punto così basso. Non a caso tutti, in questa giornata, citano quei versi tremendi e meravigliosi della poesia di introduzione a “Se questo è un uomo”. Lì è distillata la tragedia di quegli anni, viene ricordata affinché serva da monito. Ma se il giorno della memoria serve solo a ricordare il dolore di quegli anni terribili, allora non è differente da una qualsiasi messa in suffragio di un defunto, o di un torneo di beneficienza in memoria di qualcuno scomparso. Dobbiamo avere la presunzione di credere (e di sperare) che il giorno della memoria sia qualcosa in più. Un giorno in cui ricordiamo a noi stessi che il pozzo del male, quando si inizia a discenderlo, è senza fondo.
Banalità del male. Male fatto da persone comuni, apparentemente innocue ed innocenti. Se dovessimo rappresentare il male, probabilmente potremmo affidarci al tema della Shoah. Ma saremmo ipocriti se ci concentrassimo solo a questa. Ce lo ricorda anche Quentin Tarantino, che con il suo stile inconfondibile ha descritto in Django, con spietato realismo e sagace ironia, il problema della schiavitù nella americana terra delle opportunità di metà Ottocento.
L’abisso è senza limiti, il giorno della memoria deve aiutarci a capire che ogni essere umano combatte inconsciamente una battaglia di civiltà che impedisce alla banalità del male di prendere piede.
Un sacerdote, tempo fa, poneva una domanda provocatoria ma efficace: se vediamo una rissa fra giocatori durante una partita di calcio, non pensiamo di certo a nulla di grave, mentre il solo pensiero dello sterminio degli ebrei ci fa rabbrividire. Ma un nazista, da quale delle due immagini rimarrebbe più colpito, per quale delle due immagini proverebbe orrore? Il male, in un certo senso, da assuefazione. E la bellezza della poesia di “Se questo è un Uomo” non è in quello che c’è scritto, ma in quello che non c’è scritto. Perché non solo le vittime venivano disumanizzate nei campi di concentramento. Lo stesso accadeva ai loro stessi carnefici, incapaci di riconoscere il male.
Solo così il ricordo diventa un volgersi al passato per costruire il futuro. Un futuro che costruiamo nei piccoli gesti quotidiani, quelli che, messi insieme, cambiano il corso della storia.

Alessandro Cillario

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