Normale non vuol dire giusto
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Normale NON vuol dire giusto

421060_518705768163533_1628916745_nTrema la terra. L’attesa è stata incredibilmente superiore al risultato ottenuto. Silvio Berlusconi si presenta a Servizio Pubblico. Scontro epocale, apocalisse, eterna ed eterea contesa fra bene e male, contrapposti in un gioco che sembra quello delle sacre rappresentazioni medievali, tanto care ai cittadini italiani di molti secoli fa. All’apparenza il dialogo è pacato. I combattenti si misurano, e l’impressione è che si combatterà colpo su colpo per scoprire infine chi potrà arrogarsi il diritto di detenere la realtà. Affascinante, in principio, l’approccio della trasmissione. Ma l’impressione dura poco. Tutto sembra un teatrino. Santoro è vecchio. Travaglio è vecchio. Berlusconi è leggermente più giovane di loro, davvero di poco. E mena pugni sorridendo, come ha sempre fatto e vissuto. E li fronteggia colpo su colpo. E disegna davanti a giornalisti capaci ma inermi il suo intero universo. Plasma di fronte a loro una realtà nuova. La sua realtà, che si scontra inevitabilemente con la loro. Un gioco di specchi che confonde i sensi e l’intelletto dei presenti e di chi segue da casa. Vertigini. A vicenda Travaglio e Berlusconi si definiscono “geni del male”. Uno lo fa sorridendo, l’altro lo ammette con sguardo glaciale e colmo di disprezzo. La verità è che l’unico che poteva guadagnare realmente (in termine di immagine e di voti) da questo confronto televisivo era il torero. E così è stato. Un talento unico nel suo genere. Un mostro della comunicazione (ai posteri l’ardua sentenza, se mostro buono o cattivo). Indubbiamente il migliore sul campo: agita parole e concetti, valori e principi come fossero armi affilate. Gli avversari, nervosi, commettono errori. Anche lui ne compie, ma pochi, e meno evidenti. Ma si insinua un’impressione curiosa: che la ruota sia girata una volta di troppo.

Questa politica ha fatto un pezzo di storia del nostro paese. Berlusconi ne è stato il padrone incontrastato, lo dimostra per l’ennesima volta. Certosino di ogni dato e dettaglio. Convinto lui stesso dalle sue parole, più di chiunque altro.
Ma ogni stagione ha un inizio e una fine. E per questo gli animi si surriscaldano, tornano in gioco i vecchi rancori e un odore di muffa che nemmeno la plastica televisione può più nascondere. Santoro si inalbera, Berlusconi se la ride, Travaglio sogghigna serafico, a metà fra il divertito e lo sconcertato. Ultimo barlume di gloria per Silvio, che trionfa in retorica e carisma, ultimi colpi e sferzate di Santoro e colleghi al grande nemico. Ma poi tutto finisce. Il pubblico alle spalle mugugna, a volte sbadiglia. Anch’esso sembra schiavo di un incantesimo destinato a dissolversi. E’ politica questa? No, è spettacolo. La politica è tutt’altra cosa.
Quello che i nostri protagonisti hanno dimenticato è che tutto ha una fine. Vanità delle vanità. Vanità contro vanità. Verità contro verità. In uno scontro titanico ma ormai sterile, perché l’intero palcoscenico va restringendosi inesorabilmente. Il sipario, lento, si chiude. Le file di spettatori si svuotano. Il tempo travolgerà ogni cosa. Il futuro non avanza, incombe. E’ già alla porta e bussa con prepotenza. Che si chiami Grillo o Monti, Europa o nazionalismo, non è ancora dato sapere. Ma non fa differenza, per i lottatori che dentro l’arena non si accorgono delle pareti più strette, dell’ossigeno che manca. Come marinai si contendono il timone mentre la nave già affonda inghiottita dai flutti. Tutto in quello studio è irreale. Quella che ieri era la realtà quotidiana oggi sembra ormai una favola. E nelle favole verità e menzogna non contano nulla. Perché viene il momento di tornare alla vita vera, di cui – Pirandello direbbe -questi attori non sono più i protagonisti. Nessuno vince o perde, muore o vive realmente a teatro. Perché quando cala il sipario tutto scompare. Il futuro, invece, è irrequieto. Non sa per quanto, ancora, potrà attendere. 

Alessandro Cillario

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