Normale non vuol dire giusto
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Normale non vuol dire giusto#17

gli-studenti_fullOccupazione: un termine che permette di dimostrare con (quasi) assoluta certezza la relatività della realtà. Brutto gioco di parole, ma proviamo a declinarlo. 

Il tempo all’interno di una scuola è ciclico. Il ricambio in cinque anni è completo. Nel giro di un lustro nessuno ricorda chi c’era prima, e tutti sono pronti a fare lo stesso percorso, ma anche a commettere gli stessi errori. Come è giusto che sia. Aveva ragione chi diceva che la scuola è una “palestra di vita”; Freud andava oltre, ritenendo che fosse un “gioco di vita”. Se avrete l’occasione, tornate nella vostra scuola durante un’occupazione. Passeggiate per qualche minuto nei corridoi, entrate in qualche aula, scambiate due chiacchiere con gli studenti che Vivono quei momenti, e provate di ricordare quelli che avete vissuto voi. Vi renderete immediatamente conto di come tutto apparisse sotto una prospettiva diversa. Ogni cosa ha la sua stagione. Unica e irripetibile, per questo meravigliosa. Non lo dico con malinconia e tantomeno volendo fare il saggio o l’esperto. Semplicemente cambia l’angolazione. Per questo si può cercare di dipingere alcuni studenti-tipo che sono una costante nelle occupazioni, e che le affrontano e vivono in modo assai diverso fra loro. Naturalmente tutte le classificazioni sono limitanti, ma il tentativo è divertente.

1) Studente granitico: è quello veramente convinto. I suoi ideali, coltivati con dedizione certosina, lo spingono a sostenere l’occupazione ad oltranza. Spesso è un contestatore, odia il “sistema”, guarda storto al governo che attua politiche sbagliate nei confronti dell’istruzione. Di solito è da queste fila che vengono i “firmatari”, ovvero i responsabili delle occupazioni. La sua protesta ha prima di tutto l’obbiettivo di informare gli altri studenti. Durante tutto il periodo della protesta vedrà casa sua solo con il binocolo, dormirà una manciata di ore per notte e arriverà in fondo sull’orlo di una crisi di nervi, con il cuore pieno di emozioni che oscillano dall’orgoglio per quanto si è fatto alla delusione per quanto non si è riusciti a fare.

2) Studente interessato: l’occupazione è per lui il momento per coltivare i propri interessi uscendo dagli schemi e dalle regole tipiche della scuola. Partecipa attivamente ai gruppi di lavoro, si interessa alle vicende politiche e vive intensamente l’occupazione, presentandosi regolarmente a scuola. E’ sempre disponibile a dare una mano, anche se a volte si trova ad essere trascinato dall’opinione di massa. E’ tipicamente in minoranza schiacciante, ma finisce per farsi coinvolgere emotivamente. E’ proprio da lui, però, che nascono i primi dubbi sulla cessazione della protesta quando i numeri tendono a scemare.

3) Studente curioso: razza strana. Perché lo studente curioso è imprevedibile. Affascinato dalla possibilità di vivere la scuola in modo nuovo e diverso, fatica a trovare un suo equilibrio fra cazzeggio e etica della protesta. Desidera vedere cosa accadrà alla sua scuola nei giorni di caotico regno dei ragazzi, ma ritiene da disilluso che la protesta in sé stessa sia fondamentalmente inutile.

4) Studente fancazzista: l’occupazione è l’occasione migliore per darsi alla pazza gioia. Serate di follia dentro e fuori dalla scuola, divertimento sfrenato e goduria per la perdita di qualche ora di lezione sono le sue parole d’ordine. Non è da condannare per il suo mancato attivismo. C’è da essere preoccupati però per la sua mancanza di attenzione verso ciò che gli succede attorno. Se tutti hanno il diritto di non manifestare, nessuno ha il diritto di vivere nell’ignoranza più completa. E bisogna dirglielo, per il suo bene! Purtroppo è da queste fila che arrivano i maggiori sostenitori delle occupazioni. Camuffato spesso sotto un finto interessamento, ha una furbizia congenita che gli permette di scaldare gli animi degli studenti granitici.

5) Studente ignavo: Dante di lui non avrebbe una gran considerazione, e non è difficile capire il perché. Vive in uno stato di letargo permanente per quanto riguarda la situazione scolastica. Impermeabile a qualsiasi tipo di provocazione, da una parte e dall’altra, si lascia semplicemente trascinare dalla scia degli eventi vivendo alla giornata e aspettando che la normalità torni ad abbracciarlo.

6) Studente contrario alla protesta: per le ragioni più disparate (ideali politici, discussioni avute con i genitori, riflessioni o esperienze personali) di occupazione non ne vuole sentir parlare. Inizialmente darà battaglia cercando in tutti i modi di opporsi, ma quando sarà sovrastato dalle invettive dei compagni, si rannicchierà in un angolo o starà alla larga dalla scuola per tutta la durata della protesta, imprecando contro i partecipanti o deridendone gli organizzatori.

C’è poi una particolare categoria: quella dello studente in vista: ovvero la cui figura è conosciuta a scuola e che, trascinata dall’orgoglio, dalla vanità o – più spesso – dal senso di responsabilità, si interessa alla protesta e cerca di mantenere i rapporti con tutti i componenti di essa, mediando il più possibile con professori e dirigenza. Fanno parte di queste fila molti rappresentanti d’istituto (tutti quelli che non rientrano nei punti 1-2-3 precedenti), “giornalisti”, studenti conosciuti ecc.

Naturalmente questo è solo un gioco. Senza la pretesa di dare giudizi, rimane solo una cosa da dire. L’occupazione prima che uno strumento di protesta è un momento di aggregazione. Anche gli adulti, prima di farsi una qualsiasi opinione, dovrebbero pensarci.

Alessandro Cillario

1 commento

  1. wombomb's says

    Il problema è che la scuola, non l’occupazione in sè, dovrebbe essere un momento di aggregazione (se davvero la scuola è una palestra di vita). E invece per anni chi va a scuola si trova, inerme, a subire i dettami e ad ascoltare le omelie dei reami di un’aggregazione esterna senza avere la possibilità nè di aggregarsi tra di loro come sarebbe naturale nè di aggregare il loro percorso vitale alle proprie personalità.

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