Beat, Live Report
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Cronache di un privilegio techno || Live report

Scrivo queste poche e concise parole in uno stato di semi necrosi mentale dovuto a due ore di sonno dopo una serata fuori, un concerto techno se vogliamo fare gli avant-gardisti.
Come fosse un diario di viaggio, vorrei che queste parole vi facessero sentire anche solo un quindicesimo dell’emozione che ho provato nell’avere a due metri da me due pionieri come Derrick May e Juan Atkins.
La venue prescelta è l’Area, localetto che organizza serate gay il venerdì e dorme il sabato quando non suonano due mostri sacri a caso, siamo sotto Victoria, sotto il Tamigi, la chiamano Southbank.
L’interno del locale è un misto fra una catacomba e un goth bar, volte a botte, archi e immagini sacre suddivise in due navate principali, l’impianto è buono e l’ambiente è adeguatamente preparato al suono, le due stanze sono praticamente divise solo da un telo di seta nero, eppure sembra ci sia un muro di granito.

Juan Atkins.
Il folletto con gli occhiali è uno dei personaggi più interessanti che mi sia mai capito di vedere dietro una console, non si muove molto, sembra impassibile eppure si lascia traballare, sente le più piccole vibrazioni della sua musica e fa vibrare le labbra come se cantasse sotto voce nel frastuono della cassa techno.
Qualche veloce live adjustment nel suo dj set, con una pianola fuori dal tempo e altre piccoli regali.
Un professore matto, con felpa da jogging fino al mento e occhi da leggenda. Indimenticabile.

Derrick May 

Premettendo che non ho avuto modo di sentirlo per lunghissimo tempo per via dell’estremo affollamento della sala e la stanchezza generale, posso affermare che, da quel poco che ho visto, era una cosa incredibile.
Tutto il contrario di Atkins, estremamente movimentato e veloce, May alza il volume ulteriormente e spinge ancora più sù i bpm (che con Atkins erano di media attorno ai 125), energia pure che faceva tremare le gambe e le braccia.

Passione bruciante nelle movenze di questo uomo, pura e incontaminata.

Techno senza compromessi, per e da Detroit, per sentirsi vivissimi.

Un grandissimo privilegio che mi sento in dovere di condividere con più gente possibile, affinchè questi eventi abbiano maggiore risonanza, per uscire ogni tanto e sentire della bella musica fatta col cuore e con l’anima.

O forse no. Forse è meglio tenerli in location segrete, sotto ponti o capannoni, per il gusto dell’esserci stati e sentirsi unici.

Saluti da Londra.

 

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